Verso China town: Lo scrittore e l’arte della storia.

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Scrivere è sacralità, è prodigio, catarsi di sé, scrivere è felicità e benessere interiore. È un potente concentrato di divino e umano in grado, forse, di salvare il genere umano dall’infelice condizione in cui a volte ristagna. Scrivere è vita. In questo articolo riflettiamo sul rapporto tra lo scrittore e l’arte di raccontare storie.

Scrivere è portare la propria mente al trove.

Le storie sono strumenti per vivere. (Kenneth Burke)

Una regola dice: «Tu devi fare in questo modo». Dall’altro lato un principio afferma: «Questo funziona… e a memoria d’uomo ha sempre funzionato». La differenza è essenziale. Non bisogna organizzare il proprio lavoro di narrazione sulla base di un’opera “fatta bene”; la scrittura deve essere ben fatta seguendo i principi dell’arte dello scrittore. Gli scrittori ansiosi e inesperti ubbidiscono alle regole. Quelli ribelli e non istruiti le infrangono. È l’artista a padroneggiare la forma.

Omaggio alla mitica scena della macchina da scrivere in Shining

Quando si parla di schemi e modelli standard per una storia di sicuro successo commerciale, non si dicono che un mare di, mi scuso per il francesismo manzoniano, cazzate. Nonostante le mode, volgendo lo sguardo alla grande narrativa dell’ultimo secolo e, se si è sceneggiatori, alla produzione cinematografica hollywoodiana, non si può non riscontrare una sorprendente varietà nelle storie, ma nessun prototipo.

Non importa dove una storia sia ambientata (e realizzata), se è, qualitativamente, archetipica sprigionerà una reazione a catena di piacere, universale e duratura.

Secondo Robert McKee, maestro di molti sceneggiatori di Hollywood, una storia archetipica: «porta alla luce un’esperienza umana universale, per poi esprimerla nei termini di una specificità culturale unica nel suo genere». Al contrario, una storia stereotipata ribalta questo approccio: è povera sia a livello di contenuto che di forma. Non esprime altro che una ristretta specificità culturale. È generica, vaga e superata.

Robert McKee

Un’antica usanza dell’Italia meridionale prevedeva che le figlie si sposassero in ordine di nascita dalla più grande alla più piccola. Un racconto che mostri una tale famiglia può commuovere coloro che rimembrano questa pratica all’interno di quel contesto culturale. Ma è improbabile che al di fuori di quel contesto il pubblico possa essere coinvolto. Uno scrittore timoroso della ristretta attrattiva della sua storia ricorre ad ambientazioni, personaggi e azioni che hanno riscosso il favore del pubblico in passato.

Il risultato che ne viene fuori è che, avvolta in questi cliché, la vicenda risulta meno interessante di una lettura dell’ultimo editoriale di Alfonso Signorini.

Ma se ci si rimbocca le maniche e ci si mette alla ricerca di un archetipo questa usanza repressiva può diventare la base di un successo mondiale. Una storia archetipica crea ambientazioni e personaggi così rari che i nostri sensi si godono ogni dettaglio, mentre la sua narrazione getta luce su conflitti così tipici della natura umana che la storia farà facilmente presa su ogni cultura.

Quando è obbligata a operare all’interno di limiti rigorosi l’immaginazione è spinta al massimo e produce le sue idee migliori. Se le viene data completa libertà è facile che l’opera si disperda. (T.S. Elliot)

T.S. Elliot

Le storie stereotipate restano a casa, quelle archetipiche viaggiano.

Scopriamo un mondo che non conoscevamo: che sia intimo o epico, contemporaneo o storico, concreto o fantastico, il mondo di un grande artista ci colpisce sempre per la sua originalità ed esoticità. Come una trivella che scava nella dura roccia, noi procediamo a occhi spalancati all’interno di una società intatta, una zona priva di cliché dove l’ordinario diventa straordinario. E una volta all’interno di questo mondo alieno, ritroviamo noi stessi: negli intimi recessi di questi personaggi e nei loro conflitti scopriamo la nostra umanità. Leggiamo, andiamo al cinema e a teatro per entrare in un mondo nuovo e affascinante. Per immedesimarci in un altro essere umano, che dapprima ci appare diverso da noi e che tuttavia nel suo nucleo centrale è come noi. E per vivere in una realtà fittizia che possa gettare luce sulla nostra realtà quotidiana. Non vogliamo sfuggire la vita, ma conoscerla, usare la mente in modo nuovo e sperimentale: stimolare le nostre emozioni, divertirci, apprendere e aggiungere spessore alle nostre giornate.

Valium e Prozac non mi calmano, datemi un calamo
O qualche penna su cui stampano il nome di un farmaco
Solo l’inchiostro cavalca il mio stato d’animo
Chiamalo Ippotalamo
Lo immagino magico tipo Dynamo
Altro che Freud, un foglio bianco
Per volare alto lo marchio come le ali di un albatro
Per la città della China mi metto in viaggio, da bravo
Pellegrinaggio ma non a Santiago, vado a China Town.

(Caparezza)

Caprera nella clip del singolo China town (Museica)

Ma che cosa costituisce l’essenza e la chiave di volta di una storia ben raccontata?

McKee definisce una storia ben raccontata: «un’unità sinfonica in cui si fondono fluidamente struttura, ambientazione, personaggio, genere e idea. Per armonizzarli lo scrittore deve studiare gli elementi della storia come se fossero strumenti di un’orchestra: dapprima separatamente, poi insieme».

L’opera magna di R. McKee: la “bibbia” degli sceneggiatori.

Una “buona storia” vuol dire qualcosa che valga la pena di essere narrato e che il mondo vuole ascoltare. Trovarlo è l’obiettivo precipuo dello scrittore, il suo mantra. Tutto ha inizio dal talento. Bisogna sviluppare la propria capacità creativa, saper combinare le cose in un modo tutto nuovo e che nessuno si è mai immaginato di fare prima. Bisogna inoltre dare alla storia che si racconta una visione mossa da approfondimenti originali e innovativi sulla natura umana e sulla società, uniti una conoscenza approfondita dei personaggi creati e del proprio mondo.

Tutto questo è imprescindibile dall’amore. Amore per la storia: la convinzione che la propria  visone delle cose possa esprimersi solo attraverso la storia; che i personaggi possano essere più “veri” della gente stessa; che il mondo della narrazione sia più profondo di quello reale. Amore per la verità: la convinzione che le menzogne rechino danno all’artista e che ogni verità della vita debba essere messa in dubbio. Amore per l’umanità: la disponibilità a immedesimarsi con le anime che soffrono, a insinuarsi sotto la loro pelle e vedere il mondo con i loro occhi. Amore per le sensazioni: il desiderio di abbandonarsi non solo ai sensi fisici, ma anche alle sensazioni più intime. Amore per il linguaggio: la delizia provata nel suono e nel significato, nella sintassi e nella semantica. Amore per sé : una forza che non ha bisogno di continue rassicurazioni e che non ci fa mai dubitare che siamo scrittori. Amare la scrittura e sopportare la solitudine. Da questo deriva l’amore per una buona storia.

Nessuno, mai, riesce a dare l’esatta misura di ciò che pensa, di ciò che soffre, della necessità che lo incalza, e la parola umana è spesso come un pentolino di latta su cui andiamo battendo melodie da far ballare gli orsi mentre vorremmo commuovere le stelle. (G. Flaubert)

Ritratto di G. Flaubert

 

 

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