Dictionary of Obscure Sorrow (letteralmente: il dizionario degli oscuri dolori) esso ha lo scopo di definire e spiegare varie sensazioni, che  capita di provare quotidianamente e a cui non si riesce a dare un nome.

Ad averlo ideato è il graphic designer John Koenig, viene definito come uno dei più interessanti progetti web degli ultimi anni. Si tratta di un dizionario online che, unendo definizioni e raffinati video, esplora la lingua alla ricerca di un nome perduto per quegli oscuri moti dell’animo che tutti conosciamo ma nessuno sa definire.

Se il compito della letteratura è custodire, preservare e svelare il potere delle parole, allora il Dictionary of Obscure Sorrow è senza dubbio il più interessante esempio di letteratura web degli ultimi anni.
Il progetto condivide l’utopico, folle desiderio di nominare, classificare e conoscere, e dunque di poter controllare, l’intera realtà, che è da sempre l’ambizione del linguaggio.

L’uomo da sempre cerca la possibilità di poter capire, analizzare e possedere quello che gli sta intorno. Questa è la grande caratteristica di questo essere vivente, un bisogno razionale, ma irrefrenabile, di dare un nome a tutto e categorizzarlo, comprendendo emozioni o cose più intangibili. Questa tendenza nasce nell’uomo dalla grande paura di avere qualcosa che gli sfugge. L’essere razionale non può permettere ciò, e qui nasce la sete di conoscenza e della necessità di comunicazione, che si intrecciano. La voglia di conoscere porta ad esaminare ed esplorare, di comunicarlo e definirlo.

Tra i mille utilizzi pratici che può avere il dare un nome esso principalmente serve a circoscrivere una determinata idea in modo da identificarla in maniera inequivocabile.

Tornando al dizionario ecco alcune delle più famose definizioni:

l’«Onism»: «La frustrazione di essere costretto in un solo corpo, il quale occupa un solo posto per volta, che è come stare di fronte allo schermo delle partenze in aeroporto sfarfallando su nomi di luoghi, esotici come le password di qualcun altro, ognuno dei quali rappresenta una cosa in più che non raggiungerai prima di morire, tutto perché, come la freccia sulla mappa sottolinea utilmente, “Tu sei qui”».

«Sonder»: «La consapevolezza che ogni passante casuale sta vivendo una vita vivace e complessa come la vostra, ed è come se in quell’istante si creasse una sorta di sintonia con lo sconosciuto».

«Waldosia»: «condizione caratterizzata da scansione di più volti in una folla in cerca di una persona specifica che non avrebbe alcun motivo per essere lì».

In queste poche definizioni vediamo tutta la volontà dell’autore di trasmettere più chiarezza possibile, di riuscire a porre dei nuovi termini a cui fare rifermento, e con i quali riuscire a capire meglio noi stessi, perché questa è la sfida, riuscire a capirsi, dare spiegazione a quello che avviene dentro di noi, in modo tale da esserne più consapevoli e riuscire a reagire meglio a tutti gli eventi che frequentemente ci capitano nella vita.

Per sapergli dare un nome, per poter controllare i nostri sentimenti per avere una finestra più chiara sulla vita di tutti i giorni.

Ma fino a dove il linguaggio può spingersi? Può davvero racchiudere tutti quelli che sono i sentimenti e le emozioni umane? Sicuramente questo è un punto fondamentale, di cui fare discussione, soprattutto per capire la straordinaria potenza del linguaggio e fino a che limiti può arrivare il suo controllo. Una cosa è certa: la lingua si evolve in base ai contesti, agli elementi, alle sensazioni e soprattutto alle esperienze; all’evoluzione dell’uomo si accompagna anche un’evoluzione dello spettro di sensazioni che possono nascere. Questo ci porta a dire che anche se il linguaggio è un potente strumento non si riuscirà mai a racchiudere tutto al suo interno.

Senza categorie, senza contorni, l’uomo naviga nel buio, seppur è anche vero che certe sfumature servono a comprendere meglio alcuni aspetti delle cose. Bisognerebbe accettare che non tutte le cose possono essere espresse dal linguaggio, perché il linguaggio ha i propri limiti, può aiutarci a comunicare e provare a veicolare ciò che vogliamo esprimere, ma bisogna accettarne i suoi confini.

Ma Koenig con il suo Dictionary of Obscure Sorrow ci ricorda qualcosa: che anche il linguaggio, all’apparenza tema così serio, non è che un esperimento, un gioco di suoni e immaginazione, per svelare qualcosa di noi agli altri. E nulla è più importante delle emozioni per raccontare chi siamo.

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