Trovato video delle “comfort women” nella seconda guerra mondiale

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Il 5 luglio 2017 la Corea del Sud ha reso pubblico un video, che testimonia per la prima volta, alcune delle cosiddette “schiave del sesso”: donne costrette a prostituirsi nei bordelli militari giapponesi prima e durante la Seconda guerra mondiale, provenienti dai paesi vicini, soprattutto Corea del Sud e Cina, ma anche Indonesia e Filippine.

Il video, in bianco e nero, sarebbe stato girato nel 1944 da un soldato americano nello Yunnan, provincia della Cina occupata dall’esercito giapponese e poi liberata dagli Stati Uniti. È stato scoperto da un gruppo di ricercatori della Seoul National University, che ha trascorso due anni a lavorare negli archivi nazionali degli USA. In quei pochi secondi animati si riconoscono due donne, di cui erano già state ricostruite l’identità e la storia per mezzo di foto scoperte precedentemente. Si tratta della donna con la camicetta sporca e dell’altra, visibilmente incinta mentre si tocca il pancione con delicato orrore.
Erano tutte “Comfort Women, donne di conforto poichè tenevano a bada i malumori dei soldati dell’esercito imperiale giapponese durante la Seconda guerra mondiale. Molte di loro venivano rapite, comprate dai genitori o attirate dai militari con false promesse di lavoro e scolarizzazione, per poi essere rinchiuse in delle “strutture di conforto“, dove file di soldati giapponesi si recavano per abusarne come e quanto volevano, sfogando su di esse rabbia e frustrazioni provenienti dai traumi vissuti nei campi di battaglia. Le donne “reclutate” erano poco più che bambine: la loro età era compresa tra i 12 e i 14 anni. Si stima che tra il 1932 e il 1945 200mila donne e bambine siano state costrette a prostituirsi nelle “comfort station”, le quali erano distribuite in ogni regione dell’Asia orientale sotto il dominio dell’impero nipponico.

La vita, in quei centri, era estremamente difficile e degradante: secondo alcuni regolamenti ritrovati, l’orario di apertura andava dalle 9.00 alle 21.00 e ogni donna riceveva forzatamente una media di 20/30 uomini al giorno (ma si arrivava fino a 50). Solitamente erano previsti un giorno o due di vacanza al mese, ma esistevano strutture che non avevano giorni liberi.
Le donne erano trattate secondo la magnanimità dei clienti: potevano essere picchiate, torturate e addirittura uccise quando rifiutavano un rapporto.

1932: venne fondata la prima “comfort station” della storia a Shanghai. Aveva un triplice scopo: contrastare l’ondata di stupri su donne civili delle zone occupate perpetrata dai soldati giapponesi; limitare la diffusione di malattie, che peggioravano le prestazioni dei militari; inibire le interazioni con donne cinesi, potenziali spie.

1938: alcuni agenti vennero formalmente incaricati di ricercare nella nazione giapponese circa 3000 volontarie da trasferire nelle numerose “comfort station” costruite negli anni precedenti.
Con l’aumento dell’espansione militare però, il numero delle strutture cresceva proporzionalmente, e ben presto le volontarie giapponesi iniziarono a scarseggiare, rendendo necessario il reclutamento di donne appartenenti a colonie.

1945: alla fine della guerra i centri del comfort vennero chiusi, ma la maggior parte delle giovani che vi erano rinchiuse morirono a causa di continue violenze e malattie veneree. Le poche sopravvissute, invece, segnate dal dolore e dall’umiliazioni subite per un lungo periodo rimasero in silenzio.

1965: la faccenda cominciò a rivenire alla luce, ma inizialmente fu problematico stabilirne la veridicità a causa delle poche testimonianze, dato che molti documenti furono distrutti dagli ufficiali giapponesi che temevano di essere perseguiti per crimini di guerra. Col tempo però si fecero avanti molte testimonianze di donne sopravvissute. Una donna coreana, ad esempio, ha dichiarato di essere rimasta sterile a 18 anni, a causa dei violenti abusi. Era stata rapita e reclusa in una “comfort station” dopo essere scappata di casa per sfuggire al padre-padrone. Nella sua mente, se fosse rimasta a casa e avesse rispettato i tradizionali ruoli di genere, la disgrazia non sarebbe mai accaduta.

Nonostante i crimini commessi nei confronti delle “comfort women”, non venne considerato dai tribunali militari un caso per punire le forze armate giapponesi. Le sopravvissute non furono quindi riconosciute vittime di guerra, nemmeno nel 2007, quando il primo ministro giapponese Shinzō Abe ha affermato che non esistevano prove che dimostrassero che le donne erano state costrette. Il fatto che fossero prostitute volontarie le escludeva dall’essere vittime di violenza.
Eppure “I volti contriti nel video, il modo in cui si muovono le donne, il fatto che fossero scalze conferma che si trattava di ‘schiave del sesso’ obbligate”: ha detto il professor Kang durante una conferenza a Seul.

2015: il primo ministro giapponese ha porto infine le sue scuse ufficiali, e insieme ai ministri degli esteri della Corea ha stipulato un accordo risolutivo. Esso prevedeva di stanziare un fondo di 8,3 milioni di dollari di risarcimento e aiuti per le ex-comfort women e di non tornare sull’argomento mai più. Questo sospettoso silenziamento delle critiche pare abbia dato la meglio al negazionismo. “È come se il governo giapponese stia solo aspettando che smettiamo di parlare e moriamo”: ha protestato la sopravvissuta ottantenne Lee Ok Son.


Il passato però non si può cancellare, e le ferite inferte a quelle donne, i solchi incancellabili prodotti nella loro memoria, non possono essere sanati con dei soldi di cui ormai, cinicamente, non possono nemmeno godere. Una migliore consolazione sarebbe avere la certezza che nessuna donna corra ancora il rischio di subire le violenze che loro stesse hanno dovuto sopportare. Eppure queste donne usate per il comfort dei soldati nemici, non possono appoggiarsi nemmeno a questo conforto. Le loro terribili storie risalgono a un passato in cui la guerra dominava il mondo, e le pratiche di violenza erano all’ordine del giorno. Oggi però non è cambiato niente, le guerre, sebbene un po’ più distanti dai nostri occhi, ci sono ancora, e di ragazze usate come oggetti, scambiate, vendute, abusate, ce ne sono purtroppo ancora troppe. Recente è la notizia del documento creato dal Califfato per regolare i rapporti sessuali con le schiave. Un documento ufficiale che giustifica la compravendita di donne rese schiave e usate per scopi sessuali, il riconoscimento quindi di una pratica che rientra nella normalità, e che anzi, proprio per questo, viene regolamentata. Attraverso questo documento l’Isis vuole ricondurre a insegnamenti religiosi secolari la pratica, da loro largamente usata nei territori conquistati in Siria e Iraq, della schiavitù sessuale, affermando la sacralità delle loro azioni. Come il Giappone ha chiesto scusa alla Corea del sud, chissà se anche l’Isis porrà le scuse a tutte le donne non musulmane che hanno potuto, secondo una dottrina inventata da loro, rendere schiave.
Eppure l’uomo dovrebbe imparare dalla storia. A tal proposito la ministra della Corea del Sud per l’uguaglianza di genere, Chung Hyun-Back, ha fatto sapere che vuole costruire due musei in Corea e Giappone, in memoria delle “schiave del sesso” con la volontà di informare e sensibilizzare un pubblico ormai piuttosto impermeabile alla questione storica.
La storia, specie quella inerente il periodo della seconda guerra mondiale, è piena di crimini e soprusi contro popoli, uomini, donne, bambini, i quali diritti sono stati sistematicamente calpestati, violati e cancellati. Tra i tanti delitti contro l’umanità di cui si è venuti a conoscenza recentemente, si aggiunge anche questa storia delle “Comfort Women”, per anni tenuta a tacere e quasi ignorata dalla storiografia ufficiale.

-Pecos

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