Il Tempio è denaro: Atene chiede alla Gran Bretagna di restituire il Partenone

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Atene approfitta della Brexit e chiede a Londra di restituire i fregi del Partenone custoditi al British Museum, dove sono esposti dal 1816, dopo l’acquisto (o il saccheggio, a seconda dei punti di vista) da parte di Lord Elgin.

 “Gli inglesi dovranno ricevere l’approvazione del parlamento greco per qualcosa che vogliono”: queste le parole di Alexis Matheakis, il presidente del Comitato di azione internazionale sulle sculture del Partenone, consapevole del ruolo decisivo che occuperà il Parlamento della sua nazione nel corso dei negoziati sulla Brexit. I greci, intanto, hanno ben chiare i loro obiettivi: rivogliono il patrimonio artistico che risiede al British Museum da più di due secoli, e sono disposti al ricatto. 15 metope, 56 bassorilievi di marmo, 12 statue, oltre a gran parte del frontone Ovest del Partenone e ad una delle sei Cariatidi dell’Eritteo: è questa l’incommensurabile ricchezza rivendicata da Atene.

I rancori mai sopiti, che approfittano di questo momento storico di debolezza britannica per venire alla luce, risalgono a due secoli fa. Tutto ebbe inizio con il cosiddetto firman, un permesso speciale rilasciato nel 1810 a Lord Thomas Bruce, conte di Elgin, per prelevare i resti archeologici rinvenuti nell’Acropoli di Atene e condurli in Inghilterra. Il documento, andato perduto, viene ora ritenuto insufficiente a giustificare il saccheggio artistico della capitale greca, che pretende la restituzione di quanto depredato.

Al di là della legittimità di questa rivendicazione, basata su accordi stipulati in un contesto socio-culturale radicalmente diverso da quello odierno, si insiste sulla valenza simbolica della riunificazione del tempio. Lydia Koniordou, ministro della cultura greca, definisce il Partenone come emblema della civiltà occidentale e della cultura europea, e ritiene “inconcepibile” il fatto che rimanga lacerato in più parti. Primari sono anche i benefici economici che sarebbe possibile trarre dalla detenzione dell’opera d’arte. Il rischio, però, è che un eventuale accoglimento della richiesta conduca ad un “effetto domino”:  anche altri Paesi, infatti, potrebbero iniziare a pretendere la restituzione dei beni nazionali custoditi al di fuori del territorio d’origine.

Nell’attesa dell’esito delle trattative, intanto, gli altri membri dell’Unione rimangono silenziosi e osservano, consapevoli che arrivare a un accordo pacifico e soddisfacente per entrambe le parti sarà arduo.  L’Italia non fa eccezione. Forse in attesa che arrivi anche per lei l’occasione di affermare: “ora ridateci la Gioconda”.

-Buddy

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