Storie di ordinaria criminalità: IL BAMBINO DISSOLTO

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Se vivessi in Svezia probabilmente dovrei darmi un gran da fare per trovare delle storie adatte da raccontare. Probabilmente non potrei raccontarvi di Giuseppe, svanito nel nulla; di Lea che, lasciata sola, torna tra le braccia del suo carnefice; di Farouk, a cui in realtà tutto sommato è andata bene e dopo interminabili giorni di buio ha potuto fare ritorno a casa, senza un pezzo di orecchio. O forse queste storie ve le potrei raccontare comunque, perché in fondo certi orrori abitano la mente umana a prescindere dalla latitudine, ma qui, in Italia, queste sono storie di criminalità ordinaria perché centinaia sono le vittime delle organizzazioni criminali, migliaia le vite che si intrecciano in una trama fitta quanto un romanzo.

E’ il 1992 e sull’autostrada A29, allo svincolo di Capaci, la morte aspetta attenta il giudice Falcone, sua moglie e gli uomini della scorta. La morte quel giorno ha le sembianze di Giovanni Brusca, un ragazzotto di 35 anni chiamato u verru o lo scannacristiani e che, poco lontano da lì, tiene tra le mani il detonatore che farà esplodere mezza autostrada. E cosa c’entra allora Capaci, il tritolo, Falcone, con un bambino di 11 anni appassionato di cavalli? C’entra, perché le storie di mafia, come dicevamo, si intrecciano come un dedalo, i nomi ritornano, i personaggi sono moltissimi ma i protagonisti pochi.

Giuseppe Di Matteo è un bel bambino dai capelli e dagli occhi scuri, figlio del ex mafioso e collaboratore di giustizia, Santino Di Matteo. Il padre fa parte della famiglia Altofonte, vicina ai Corleonesi di Riina e quando, il 4 giugno 1993, viene arrestato decide di “pentirsi” e collaborare con la giustizia testimoniando al processo sui mandanti della strage di Capaci e sull’omicidio di Ignazio Salvo.

E Brusca? Brusca si sente in pericolo e allora decide che bisogna prendere in mano la situazione. Togliere di mezzo Santino è complicato, è in un luogo segreto, protetto ma ci sono tanti modi per mettere a tacere qualcuno ed uno di questi è minacciarlo di togliergli la cosa più cara, suo figlio.

Giovanni Brusca

Giuseppe ama i cavalli e l’equitazione e il 23 novembre 1993 è in maneggio quando si presentano degli agenti della DIA. Lo vanno a prendere perché, dicono, vogliono portarlo da papà che non vede da tanto. Il bambino è entusiasta e incredulo e con gli occhi pieni di gioia ripete “papà mio, amore mio”. Tra i rapinatori camuffati c’è anche Gaspare Spatuzza, proprio lui, quello che confesserà, tra l’altro, di aver rubato l’auto utilizzata per uccidere il giudice Borsellino. E’ lui stesso a dichiarare “Agli occhi del bambino siamo apparsi degli angeli, ma in realtà eravamo dei lupi“.

Dunque Giuseppe viene rapito per impedire al padre di parlare, per obbligarlo a ritrattare ma, contro ogni previsione, Santino dopo qualche cedimento iniziale decide di continuare la sua collaborazione con i magistrati. Il sequestro ordinato da Brusca dura anni, fino a quando non viene condannato all’ergastolo nel 1996. Tre anni di buio, di solitudine, paura ed infine rassegnazione.

Appresa la notizia Brusca decide di vendicarsi sul bambino che tiene rinchiuso in un bunker nelle campagne di San Giuseppe Jato, pronunciando una semplice frase: “Allibbertati di lu cagnuleddu” (Liberati del cagnolino). Così Vincenzo Chiodo, da bravo soldato il cui senso del dovere e dell’obbedienza è più forte della pietà, entra nel bunker con due aiutanti, chiede al bambino di alzare le braccia e appoggiarsi al muro e senza esitazione, con un colpo secco, gli stringe una corda attorno al collo trascinandolo per terra, mentre gli altri due lo tengono fermo. Pochi minuti di istintiva ed inutile lotta per la sopravvivenza, poi Giuseppe non si muove più.

Ma non basta. Non basta uccidere Giuseppe, bisogna farlo sparire per sempre, come se non fosse mai esistito. Devono sparire le prove di quel delitto atroce e deve sparire la possibilità di aver un luogo in cui i genitori lo possano piangere. Si deve dissolvere nel nulla e così lo sciolgono in un barile di acido. Chiodo in sede di controesame dichiarerà che nel barile del bimbo non rimase nulla se non la corda che avevano usato per strangolarlo e il fratello minore di Brusca meravigliato gli disse: “L’acido niente ci fa alla corda, tienitela per trofeo!”

Questa è la storia di Giuseppe Di Matteo e di quei criminali che in realtà, contrariamente alle leggende narrate, non conoscono alcun codice d’onore.

Agrippina

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