È appena passato Natale e sta per finire anche Santo Stefano. Fra pochi giorni potremo aggiornare il nostro calendario grazie al Capodanno, attendendo finalmente l’ultima ricorrenza sacra di questo denso periodo festivo: l’Epifania, seguita poi dal carnevale. Non mancherà molto, a quel punto, per la Pasqua, ma bisognerà aspettare mesi prima di godersi Ferragosto e non appena sarà ricominciato il freddo arriverà Halloween, che, riproponendoci l’annoso dilemma mediatico di ‘Nightmare Before Christmas’, fungerà da preludio e al contempo da ponte al tanto agognato Natale, e così via.

Ma per quale motivo queste festività cadono proprio in date specifiche? In base a cosa furono decise? Vogliono davvero farci credere che sappiamo con certezza quando nacque e quando morì Gesù Cristo (tralasciando la controversia tra storicità e mito)?

La realtà è che tutte le nostre celebrazioni annuali, in particolar modo quelle cattoliche, hanno chiare origini gentili, tribali, imperiali, talvolta mitiche ma, in ogni caso, ataviche, e sono state rinominate e sostituite dalle nuove ricorrenze o da giornate dedicate ai santi per rimpiazzare l’ormai obsoleto panorama socio-culturale latino con la promettente cultura cristiana. Altre festività di carattere socio-politico e non religioso, invece, hanno perso la loro intenzionalità predicativa originaria con l’ineluttabile trascorrere del tempo, a causa della rapida evoluzione della società.

Busto di Costantino I

In hoc signo vinces

Nonostante il Cristianesimo si stesse già diffondendo tramite le minoranze da decenni, penetrando anche la produzione filosofica, fu in seguito alla svolta costantiniana che tale religiosità pervase l’intera cultura ancor più convintamente.

Nel 312 le vittoriose legioni capeggiate da Costantino I, imperatore romano d’Occidente, si schierarono a Roma contro quelle di Massenzio. Già dopo la morte dell’imperatore, Costantino si era orientato al monoteismo e, prima di arrivare a Roma, pregò a lungo la divinità. Insieme al suo esercito, poco dopo mezzogiorno fu testimone dell’apparizione, riporta la storiografia, di una singolare croce luminosa sopra il sole e della scritta ἐν τούτῳ νίκα. La notte seguente gli apparve Cristo in sogno, che gli comandò di adottare come vessillo il segno visto in cielo, mentre nei giorni successivi Costantino si fece istruire sui contenuti di questa religione a lui ignota dai sacerdoti cristiani.

Nella battaglia decisiva di Ponte Milvio, le milizie costantiniane combatterono e vinsero sotto le insegne di un labaro recante il monogramma di Cristo, il simbolo Chi-Rho (XP, le prime due lettere greche della parola ΧΡΙΣΤΟΣ cioè ‘Christòs’)… o almeno questa è la versione che ci è pervenuta. Perché, come sappiamo, la storia la scrivono i vincitori, e non è così difficile fingere un tale evento per giustificare una scelta militare.

CHRISMON, il monogramma di Cristo, emblema dei raggi del Sole

Quello di Costantino fu, infatti, un abile scacco politico alle controversie religiose dell’epoca: “cristiano, ma per convenienza“, come recita il titolo di un articolo di Giorgia Salicandro, Costantino era in verità un pagano come tanti; un pagano, però, che si rese conto che la percentuale di cristiani era in aumento e che, politicamente, conveniva accondiscendere alle loro richieste di legittimazione sociale e spirituale, anche per accaparrarsi una maggiore fetta di potenziali seguaci politici e militari oltre a evitare altro malcontento e rivolte da più persone di quante i soli pagani non potessero fronteggiare.

Per conciliare la lunga e consolidata tradizione pagana greco-romana con l’emergente moda cristiana, ovviamente, Costantino dovette giungere a compromessi: si mostrò cristiano pubblicamente, sebbene palesasse un’educazione pagana, accogliendo anche quelli che fino poco tempo prima, cioè con l’Editto di Galerio (311), erano stati i bersagli delle persecuzioni e fondando, attraverso l’Editto di Milano (313), un rescritto di tolleranza, un accordo sottoscritto con Licinio, imperatore romano d’Oriente, per concedere a tutti i cittadini, gentili e cristiani, la libertà di onorare le proprie divinità. Una svolta epocale, insomma.

Ma non solo: nonostante la parziale cristianizzazione dell’epoca post-costantiniana, la zecca continuò a produrre conii raffiguranti varie divinità del pantheon pagano, chiaro sintomo che tale cultura non poteva, né doveva, essere sradicata così facilmente, specie se era alla base dell’identità e della formazione di una civiltà vasta ma ben amalgamata come quella romana imperiale.

Con la crescente influenza della Chiesa, che aveva ormai assunto una notevole importanza socio-politica, era d’obbligo anche definire un calendario delle varie feste cristiane, che col tempo presero il posto di alcune festività pagane, inserendosi nei medesimi giorni (negli stessi slot potremmo dire) e cambiando nome e alcuni aspetti della ritualistica, camuffandone la natura pagana e infarcendola di elementi intenzionali cristiani. In parte una scelta politica consapevole, in parte una dialettica spontanea e secolare, ciò si rivelò genialmente efficace per accontentare sia i cristiani che i gentili. Fu così facile abituarvisi, dato l’ottimo accomodamento, che nessuno s’accorse della gravità ideologica di quella che era, a tutti gli effetti, una clamorosa corruzione del paganesimo, una profanazione della ex religione ufficiale del territorio imperiale.

Il culto del Sole nel regno di Aureliano

Fu in questo modo che la nuova religione approfittò della precedente, rimpiazzando gradualmente i culti del passato con la le credenze del presente e facilitando la transizione dei popoli convertiti; ed è così che le figure mitiche e tradizionali di ieri mutarono nel folclore di oggi, un folclore tuttavia edulcorato e riadattato per conformità con il Cattolicesimo. È ironico che, volendo cristianizzare il paganesimo, alla fine si sia giunti a paganizzare il cristianesimo!

Proviamo ora a svelare le origini dimenticate delle feste che continuiamo a commemorare ogni anno e carpire quanto è rimasto delle ritualità originarie nei tempi odierni; ma soprattutto, cerchiamo di capire quanto i nostri costumi siano essenzialmente ancora pagani, pur passando ‘inosservati’. Ovviamente, oggi iniziamo con il Natale!

IL NATALE

Il 25 dicembre e la Natività

Il ritrovamento dei manoscritti apocrifi di Qumran, la famosa e ben poco biblica Fonte Q, ha di recente smascherato alcuni rimaneggiamenti ecclesiastici del passato e dato una spinta propulsiva ai precedenti studi storico-archeologici intorno a questa imponente figura della storia: sebbene incerti sul giorno di nascita, pare infatti che Gesù Cristo sia in realtà venuto al mondo il 6 a.C. e morto il 30 d.C. ancora 35enne; i celeberrimi 33 anni altro non sarebbero che una forzatura vaticana per dare alla biografia di Cristo coerenza con la Trinità, a sua volta un’alterazione umana aggiunta dopo alla dottrina e precisata solo nel primo concilio di Nicea del 325 e nel Simbolo niceno-Costantinopolitano del 381. Successivi studi hanno portato alla luce le evidenze della datazione di nascita e morte del Cristo, mentre altre indagini sono in corso a proposito del giorno effettivo.

Ma, allora, da dove salta fuori questo 25 dicembre? La prima menzione della Natività di Cristo in questa data risale al 336, e la si riscontra nel ‘Chronographus’, redatto intorno alla metà del IV secolo dal letterato romano Furio Dionisio Filocalo, ma bisogna premettere che molte celebrazioni scaturiscono dall’agire delle popolazioni antiche, in cui, durante periodi freddi o caldi, bui o soleggiati, si gestiva in modo differente l’accensione dei fuochi e di tutta una serie di attività tribali, abbinando tali esercizi a ritualità collettive particolari e riti propiziatori che, a lungo andare, hanno generato delle specificità liturgiche e delle vere e proprie funzioni sociali e cultuali.

Manoscritti di Qumran

Ma, passando avanti, il solstizio invernale (circa il 21 dicembre) è il giorno con il dì più breve dell’anno e cade quando il Sole tocca il punto più basso rispetto all’orizzonte. Il 25 dicembre la durata del giorno rispetto alla notte ricomincia a crescere insieme alla sua altezza, secondo le osservazioni empiriche fatte dagli antichi (in realtà la crescita inizia già dal 22). Ovvio che le popolazioni antiche interpretassero tale evento astronomico come un rinnovamento della speranza, una festa della luce, una possibilità di sopravvivenza, pertanto fu mitizzato come nascita del Dio-Sole, partorito dalla Dea-Vergine (personificazione della notte). Tale mito prese varie forme religiose: Horus (Ra) partorito da Iside in Egitto, Thammuz partorito da Mylitta, o Ishtar, nelle religioni iranico-caldee, e la tradizione giunse fino a Roma nel culto di Mitra. Ma nell’antichità romana anche un’altra festa si celebrava il 25 dicembre: quella del Deus Sol Invictus (il Dio Sole invitto), discendente diretta del culto egiziano di Ra nonché divinità subordinata a Mitra.

Il Sol Invictus di Aureliano richiama molte caratteristiche del mitraismo, compresa l’iconografia. L’imperatore consacrò il tempio del Sol Invictus verso la fine del 274, facendo del dio-Sole la principale divinità del suo impero e indossando egli stesso una corona a raggi. Si presume che a lui risalga la festa solstiziale del Dies Natalis Solis Invicti, ‘Giorno natale del Sole Invitto’. La scelta di questa data poteva rendere più importante la festa, in quanto la innestava sulla più antica festa romana dei Saturnali, di cui parlerò più avanti.

Che la celebrazione avvenisse il 25 dicembre è riportato nel ‘Cronographus’ del 354 insieme alla testimonianza del Natale, ma anche più tardi, nel 386, Giovanni Crisostomo, in contrasto con le ricorrenze giudaiche, sostenne fermamente tale data.

Quando il Cristianesimo dovette confrontarsi con le tradizioni radicate dei romani, la Chiesa riuscì ad appropriarsi della festa del Natale, proponendo Gesù Cristo come vero sole divino che nasce di notte da una vergine. Questa convenzione determinò una correzione della teologia cristiana nel senso di una progressiva deificazione di Gesù. Tra l’altro, fu proprio Costantino a ufficializzare il giorno 25 dicembre come la ‘nascita di Cristo’, all’inizio in aggiunta, e non in sostituzione, al preesistente natale di Mitra. Forse, dunque, sarebbe il caso di darsi gli auguri con “Buon Saturnatale” o “Merry Mitra’s“!

Il Sol Invictus

Lo scambio dei doni

Si tratta di una tradizione molto antica e sappiamo per certo che nei paesi del Nord Europa era consuetudine scambiarsi i doni il giorno del solstizio d’inverno, appunto come forma d’augurio per l’inizio della stagione invernale.

Babbo Claus

Babbo Natale, ossia il Santa Claus dei paesi anglofoni, si rifà in tutte le varianti a San Nicola di Myra (oggi Demre, in Turchia), che avrebbe ritrovato e riportato in vita cinque fanciulli rapiti ed uccisi da un oste, e che per questo fu considerato il ‘protettore dei bimbi’. Tale figura andò a sovrapporsi, apparentemente, con quella  San Nicola di Bari, un vescovo molto eloquente che faceva molti doni ai bimbi. Santa Claus deriva da Sinterklaas, nome olandese di san Nicola (letteralmente San Nicolaus).

Ma la sua genesi pare essere molto più antica e riguarda una festa della religione romana che ricorreva in questo periodo: i Saturnali. Parliamo di un ciclo di festività dedicate all’insediamento nel tempio del dio Saturno (importante divinità italica, patrono dell’agricoltura e dei defunti, poi associato al Kronos greco, padre di Zeus) e alla mitica età dell’oro, che si svolgeva dal 17 al 23 dicembre (periodo fissato in epoca imperiale da Domiziano). I Saturnali erano caratterizzati convivi dai tratti orgiastici e sacrificali, in cui i commensali di questi grandi banchetti solevano scambiarsi l’augurio “io Saturnalia“, accompagnato da piccoli doni simbolici, detti strenne, per celebrare l’abbondanza ricevuta durante l’anno.

Si credeva che tali divinità provenissero dalle profondità del suolo e, uscendo d’inverno, errassero in corteo per tutta la stagione, quando la terra riposava incolta a causa delle condizioni atmosferiche. L’unico modo per placare il tristo vagare di questi dei dell’inverno e indurli a tornare nell’aldilà era offrire doni e feste in loro onore, affinché, dall’altro mondo, favorissero piuttosto i raccolti estivi.

Alcuni studiosi ritengono che il personaggio del dio Saturno finì per essere assimilato, a lungo termine, a quello di Babbo Natale: con l’avvento del Cristianesimo, infatti, la figura di Saturno finì per coincidere con quella San Nicola, mentre le usanze eccentriche di questa festività vennero assorbite dal carnevale. La faccenda dei folletti, invece, risale al folclore islandese, in cui pare fossero 12 o 13. Ricordiamo infatti che la casa di Babbo Natale è posta dalla tradizione in un villaggio in Lapponia, ma la cultura americana tende a trasferirla al polo nord, per l’occasione in Alaska (ovvie cagioni geografiche).

L’albero di Natale

L’albero di Natale deriva da vari tipicità culturali del Nord Europa: l’abete era sacro, ad esempio, per gli dèi germanici, mentre i Vichinghi dell’estremo Nord Europa, dove il sole spariva per settimane nel periodo invernale, nella settimana precedente e successiva al giorno con la notte più lunga officiavano le solennità per auspicare il ritorno del sole e credevano che l’abete rosso fosse portatore di poteri magici, poiché non perdeva le foglie nemmeno se sottoposto a temperature estremamente rigide: alberi di abete venivano tagliati e portati a casa, decorati con frutti, ricordando la fertilità che la primavera avrebbe ridato agli alberi.

Così nacque anche l’uso di decorare con addobbi e luci l’albero: già i Celti lo facevano con gli alberi sempreverdi per celebrare il solstizio d’inverno, mentre alcune popolazioni più antiche decoravano i cosiddetti ‘alberi del paradiso’ con tanti ornamenti colorati, creaturine, fiaccole, quante erano le anime da commemorare.

Santa Claus nell’immaginario comune, con i regali e l’albero ornato

Insomma, già solo con uno sguardo storico su una delle tante festività nell’arco dell’anno è possibile intuire quanto ci sia di non cristiano e fin dove arrivi lo zampino del paganesimo, che ne denota le origini e che va ammesso in quanto fondante comunque sia una cultura, la nostra, che si maschera di monoteismo ma celebra ancora gli dei del passato, a sua insaputa.

Simone Conversano

Comments

comments