Si è tenuta a Roma la manifestazione sindacale, organizzata da ‘Cub’, insieme allo sciopero di Alitalia, rispettivamente il 27 ed il 28 Maggio. I sindacati sono scesi in piazza per protestare contro le manovre del governo che potrebbero causare migliaia di licenziamenti. Ma tali rimostranze pubbliche sono consentite dallo Stato. Ha davvero senso tutto questo?

Manifestazione contro le manovre del governo; in alto, lo striscione mostrato in corteo durante la protesta

Sabato 27 Maggio, presso il Colosseo di Roma, si sono riunite all’incirca 2000 persone. Erano lì per protestare contro la vertenza Alitalia, che colpisce i dipendenti dell’omonima compagnia, contro il decreto legislativo 124 a cui potrebbero conseguire centinaia di licenziamenti in Aci Informatica, contro le misure di ‘austerity’ che il governo mette in atto in nome della ragion di Stato, ignorando quella umana. Tante belle parole, ma i sindacati trascinano gente in piazza in cortei guidati dalle forze dell’ordine – il 27 Maggio è stato poco più che un giro di qualche migliaio di persone attorno al Colosseo – senza causare alcun danno. Figurarsi che allo sciopero di Alitalia è stato dato tanto preavviso, che la domenica del 28 Maggio sono stati irrilevanti i disagi causati dai lavoratori in protesta. Una puntura di spillo.

Tutti gli uomini che condividono gli stessi interessi e gli stessi scopi tendono a formare organizzazioni collettive, in cui trovare la forza nel gruppo e attivare insieme politiche economiche o sociali finalizzate al benessere di tutta la categoria, come le Corporazioni delle Arti e dei Mestieri in epoca medievale. I sindacati nascono con lo stesso scopo nel XVIII secolo, il benessere della categoria dei lavoratori, per migliorare le loro condizioni di lavoro ai limiti della ‘schiavitù salariale’, come la descriverà il filosofo Karl Marx in seguito. Nella loro storia, i sindacati hanno subito dure repressioni, oppure la loro libertà è stata pesantemente limitata, rendendo le loro attività illegali fino al 1872 con il Royal Commission on Trade Unions.

Un altro momento della protesta, guidata da svariati collettivi di sindacalisti, per le strade di Roma

John Stuart Mill, che alcuni ritengono un precursore del socialismo scientifico Marxista, analizza nei suoi principi di economia politica l’uomo produttivo come essere in grado di accumulare solo ricchezza e lo sveste dalle sue connotazioni emotive ed umane. Senza contare la variabile umana nel’ambito del lavoro inteso come accumulo di denaro, è facile giungere ad una conclusione senza dover vantare titoli in economia: i lavoratori vogliono più soldi e meno fatica, mentre i datori di lavoro vogliono che questi sgobbino di più e guadagnino meno. Nella composizione dialettica di qualsiasi ambiente produttivo entrambe le parti tendono a massimizzare i profitti con il minimo sforzo. Eppure, nonostante questa chiara contraddizione societaria, lo strumento dei sindacati rimane quello del Contratto Collettivo Nazionale del Lavoro. Il compromesso tra due parti sostanzialmente in lotta fra di loro, il principio della collaborazione classista. Il sindacalista che ricorre a questo mezzo, non il sindacalista rivoluzionario che propugna l’occupazione delle fabbriche, questo tipo di uomo, archetipo che infesta le corporazioni categoriche di tutto il mondo, vive mantenendo l’equilibrio e non è suo interesse che ci sia una vittoria né da una parte né dall’altra, tanto guadagna da entrambe. Facendo qualche ‘scioperetto’ qua e là, giusto per illudere i lavoratori di muoversi a loro vantaggio.

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