“Rimanga in attesa”, il disco del 112 come sentenza di morte

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Il dramma di una figlia che non è riuscita a mettersi in contatto con un operatore del 118, mentre il padre si spegneva rapidamente per un malore. Al telefono riecheggiava soltanto il disco automatico “Rimanga in attesa”, che ha lasciato spazio alla voce di un paramedico solo dopo alcuni interminabili minuti, quando ormai però era troppo tardi.

centrale operativa 118

 

ALBANO LAZIALE – Sono le 3 del mattino quando, i seguito ad un malore del padre, una donna tenta di contattare il centralino del 112 (NUE). Nessuna risposta, se non un disco automatico che le intima di attendere in ben 3 lingue diverse: italiano, inglese e spagnolo. Nella tragica vicenda, riportata oggi da Repubblica, appaiono chiari i danni della burocratizzazione, ma anche e sopratutto, quelli correlati alla diffusione dei cosiddetti lavori ombra.

Parallelamente ad un’improvvisata rianimazione, la donna, che non ha competenze mediche, non smette di digitare il numero dei soccorsi dato il peggiorare sempre più rapido delle condizioni dell’uomo. Giungono a casa, avvertiti dell’accaduto, il fratello della testimone e la sua compagna che tentano a loro volta di scongiurare l’arrivo di un’ambulanza. Tra le 3:19 e le 3:26 la famiglia “Rimane in attesa“, ma lo scorrere del tempo e il degenerare del malore, li conduce ad una decisione.

Mio fratello nel frattempo va in cerca di un’ambulanza al pronto soccorso di Albano Laziale, il paese in provincia di Roma in cui ci siamo trasferiti per fuggire dal caos della Capitale. La cosa buffa è che da casa mia si può quasi vedere nelle camere per la degenza perché abitiamo nella via proprio sotto l’entrata principale della struttura. Mio fratello però torna a mani vuote, dal pronto soccorso dicono che “non hanno ambulanze a disposizione al momento“, dichiara la testimone. Anche il vicinato, allertato dalle urla della donna, cerca di contattare il 112, che però mette anche quest’ultimo in attesa.  Alle 3.26 la voce di un paramedico sostituisce quella del disco automatico: “Ok, trasferisco la chiamata alla centralina del 118 più vicina a lei“. La donna si riversa in strada, chiedendo l’aiuto dei passanti e dei vicini per trasportare il padre in ospedale dove forse l’avrebbero potuto salvare. Ore 3.36, il telefono annuncia la chiamata da un numero privato: “Signora se la vuole ancora, le mando un’ambulanza“. Purtroppo però, l’attesa è finita: il padre, deceduto durante il trasporto, viene portato dai suoi figli al pronto soccorso dove si svolgerà in queste ore l’autopsia.

La suddetta testimonianza, appello alla malasanità italiana, fa riflettere anche sulla crescente automatizzazione degli impieghi e ai danni correlati ad essa. La diffusione della robotica nei nostri spazi quotidiani ha prodotto cambiamenti non solo sociali ma anche psicologici. Il risultato? Uno sfaldamento delle comunità. In questo caso il lavoro ombra di smistamento telefonico, svolto dal numero unico per le emergenze, ha rallentato di molto la messa in contatto con i soccorsi. Una denuncia questa, che per quanto sia l’ennesima che ricalchi il tema della burocratizzazione italiana, ha certamente dell’insolito: forse per la prima volta, un robot ha dichiarato la morte di un essere umano.

 

– AdrenAlina

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