Il 16 maggio, via BBC News, un uomo britannico, Dirk Campbell, fece una richiesta al suo paese. Si rivolse al governo Inglese affinché intercedesse con la Turchia, così da riuscire a recuperare il cadavere della figlia morta ad Afrīn. O quel che ne rimane, visto che Anna è morta 3 mesi fa.

Anna Campbell, foto pubblicata da Sky News

Anna Campbell, 26 anni, è morta il 15 maggio sotto i bombardamenti aerei militari di Ankara, mentre le truppe dell’Esercito Libero Siriano, supportate dall’esercito turco, invadevano Afrīn, città appartenente al Rojava. Anna era andata in Siria per unirsi alle YPJ, le truppe esclusivamente femminili che combattono per proteggere la rivoluzione curda, e che al tramonto del 2017, assieme alle YPG ( la controparte maschile) hanno contribuito all’indebolimento dello Stato Islamico, riuscendo a liberare la capitale del loro presunto Califfato, Raqqa.

In un articolo del 18 maggio, la testata Globalist riporta: “Afrīn, qualcuno si ricorda di Afrīn? Il cantone siriano a maggioranza curda invaso dalle truppe turche e dai jihadisti del sedicente Libero esercito siriano al soldo di Erdoǧan.”.

Combattenti ad Afrin, mentre imbracciano dei fucili e sventolano la bandiera della Turchia, 19 marzo 2018. Foto: DHA TV

Verso fine gennaio Ankara ha messo in atto l’operazione denominata “Ramoscello d’Ulivo”, con la quale Erdoǧan si ripropone di ripulire il confine tra Siria e Turchia dalle forze “terroristiche” dello Stato Islamico e delle Ypg. Nota da tempo è l’antipatia, per usare un eufemismo, che lo  stato turco nutre nei confronti della minoranza curda, che tenta di ottenere uno stato proprio dall’avvento degli accordi segreti Sykes-Picot (1916) fra Francia e Regno Unito, che si spartirono i territori dell’ex- impero Ottomano, frammentando il Kurdistan fa gli attuali stati di Siria, Turchia, Iran e Iraq.

Il problema che si pone è che, mentre per la Turchia le YPG sono forze terroristiche, per l’Europa e gli Stati Uniti  non è per nulla cosi. Anzi, le Unità di protezione del popolo curdo vengono sostenute dalla Coalizione militare internazionale a guida Usa, nella lotta contro l’ISIS in Siria, dal 2014.

Recep Tayyip Erdogan, foto pubblicata da La Stampa

Eppure l’appello disperato della famiglia di Anna rimane inascoltato da gennaio. La risposta dell’Ufficio degli Esteri Britannico è stata: “ per il fatto che non abbiamo presenza consolare in Siria, la nostra capacità di aiutare è estremamente limitata”. Bisogna ricordare che la situazione di guerra in Siria va avanti da ben 7 anni, da quando nel 2011 le Primavere Arabe si abbatterono sul Medio Oriente. Non che questo giustifichi il silenzio di Erdoǧan, che si è sempre tenuto al riparo dal riverbero delle rivoluzioni Arabe, sopprimendo qualsiasi tipo di disordine e disobbedienza interna.

Come scritto nella lettera riportata dalla BBC, Mr. Campbell disse: “Apparentemente, le autorità Turche ancora non hanno portato a compimento questo obbligo. ( N.d.a.: si parla dell’obbligo dato dall’Articolo 15 della Convenzione di Ginevra, che dice che le “Parti belligeranti prenderanno senz’indugio tutti i provvedimenti possibili per ricercare […] per ricercare i morti ed impedire che siano spogliati”)”. Come se non bastasse –“ Le forze turche e i loro alleati sono noti per aver violato le leggi interazionali riguardanti il corretto trattamento dei morti.”

Questo non può che riportarci alla memoria l’antica Grecia. Allora era tradizione, nonché obbligo, che in tempo di guerra, a fine giornata, ogni schieramento in campo ponesse un “cessate il fuoco” per recuperare i propri caduti. Dare sepoltura ai defunti non solo era un dovere dei vivi ma un diritto supremo dei morti, fondamentale perché l’anima potesse raggiungere il Regno dell’Oltretomba: lasciare il corpo essere depredato dagli animali e dal tempo avrebbe costretto la psychè tormentata dello sfortunato a vagare per sempre come spettro nel mondo dei terreno.

La mancata sepoltura rappresentava un incubo tremendo per qualsiasi uomo. Lo stesso Achille, dopo aver  ucciso Ettore davanti alle porte di Ilio, maledisse il principe troiano dicendogli che cani ed uccelli lo avrebbero sbranato orrendamente.

Il rito della sepoltura in onore al defunto fa parte della vita dell’essere umano già dalla specie del Neanderthal, vissuto più di 50.000 anni fa. Questo è visto dagli studiosi come il segno di un’intelligenza progredita che cominciava a svilupparsi, i prodromi dell’uomo come lo conosciamo.

Al di là del carattere più o meno religioso che essa può assumere, la sepoltura – come qualsiasi altra onoranza funebre – presuppone un attaccamento emotivo: non vogliamo che il corpo della persona che abbiamo amato, o per cui abbiamo avuto stima, venga rovinato. Oppure, semplicemente, non possiamo sopportare la vista delle sue spoglie senza vita che cedono al corso del tempo. Proviamo pietà, nel senso d’intensa commozione e partecipazione al dolore. Ma anche nel senso della pietas di virgiliana memoria: dovere e devozione nei confronti degli affetti, degli amici e sì, anche verso un’entità superiore, se siamo credenti. Ma pietas, valore incarnato dall’epico fondatore di Roma, Enea, vuol dire anche clemenza verso gli avversari. Una clemenza che la Turchia sembra star dimenticando, mentre volta la faccia davanti al dolore delle famiglie dei caduti ad Afrīn, in un massacro tra l’altro causato da lei stessa.

Memento mori. Non siamo esseri immortali, un giorno il corpo da seppellire sarà il nostro. E ci piacerebbe se qualcuno venisse a piangere sulla nostra tomba, o sulle nostre ceneri. Non era forse un nostro connazionale, per altro metà greco, a dircelo in dolci versi?

Tu non altro che il canto avrai del figlio,

o materna mia terra; a noi prescrisse

il fato illacrimata sepoltura.

Così scrisse Ugo Foscolo, nel celeberrimo sonetto “A Zacinto”: parole che ora sembrano rivolte proprio ad Anna e alla sua famiglia, che aspetta un qualche segno da Ankara, una risposta alle preghiere, un gesto di umanità che, per ora, non sembra voler arrivare

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