I pesci rossi di Fabio Fazio, gli automi di Cartesio, e Se niente importa

0
272
L'acquario

AssoVegan si scaglia contro l’acquario di Che tempo che fa: diseducativo e sintomo di mancanza di sensibilità. Il problema della condizione animale e la finta soluzione dell’etica vegana, attraverso gli animali-automi di Descartes e gli insegnamenti della nonna di Jonathan Safran Foer. 

Fabio Fazio a Che tempo che fa

La scrivania del conduttore di Che tempo che fa, Fabio Fazio, è diventata l’oggetto dell’indignazione di AssoVegan, l’associazione vegani italiani. Infatti Fazio, la domenica sera, intervista personaggi più o meno noti nel panorama culturale e televisivo attuale appoggiandosi alla sua scrivania dello studio di Rai Uno, che ora non è altro che un gigantesco acquario pieno di pesci tropicali. Cosa che denota, secondo il coordinatore di AssoVegan Cirillo, mancanza empatia e sensibilità, poiché la scrivania non è altro che una gabbia acquatica, e i “poveri pesciolini’’ dei meri soprammobili. Ci troviamo davanti, come spesso accade, a due estremi dello stesso discorso. Il trattamento degli animali costituisce, ormai da anni, una grande fonte di dibattiti e discussioni, sopratutto di fronte alle nuove ondate di movimenti vegetariani e vegani. Da un lato abbiamo una totale umanizzazione dell’animale, ansia per la sua sofferenza, rivendicazioni per i suoi diritti; e anche una forma di moda che vuole sottolineare una certa presa di coscienza di alcuni membri della popolazione rispetto agli altri, che dimostrerebbero al contrario una mancanza di etica – come chiunque abbia concepito la scrivania di Fazio. Dall’altro, l’animale viene reso un oggetto. Il pezzo di carne che compriamo dal macellaio ha lo stesso statuto ontologico di un qualsiasi altro alimento che mangiamo o di un oggetto che utilizziamo tutti i giorni. La scrivania-acquario non è ovviamente l’emblema di questo atteggiamento, è semplicemente un sintomo marginale di un fenomeno molto più complesso. La polemica in sé é piuttosto sterile, bisogna ammetterlo; sono le dinamiche su cui attira l’attenzione che sono interessanti.

Potremmo interpretare il fenomeno vegano e vegetariano come una risposta, una reazione uguale e contraria all’antropocentrismo che ha da sempre caratterizzato la cultura occidentale. La concezione diffusa è che la subordinazione dell’animale all’uomo sia legittima. Al contrario degli altri animali, l’essere umano è infatti dotato di ragione, una capacità che può analizzare se stessa, e di linguaggio, attraverso il quale l’uomo può esprimere i suoi pensieri e i suoi sentimenti. La ragione si concentrerà dunque o su se stessa, o su ciò che ha intorno: ma l’attenzione che l’uomo rivolge alla propria natura e costituzione è fondamentale nella questione della subordinazione degli animali. Per rispondere alla domanda filosofica cos’è l’uomo, difatti, uno dei primi istinti fin dalla filosofia antica è stato quello di porre dei paletti rispetto agli altri esseri viventi. Basta pensare ad Aristotele, a cui dobbiamo la definizione dell’uomo come animale politico (Politica, I). Definire l’uomo non è un compito facile; e chiaramente, gli animali sono stati una sorta di punto d’appoggio. Una delle prime differenze che è appunto una di quelle sottolineate da Aristotele, riguarda la ragione e il logos, il linguaggio razionale che ci permette in tanto che uomini di distinguere tra il bene e il male, il giusto e l’ingiusto. La conseguenza di tutto ciò è stato il fatto di posare l’uomo sul gradino più alto dell’evoluzione. Se fosse stata una semplice constatazione, non avremmo avuto grandi problemi; ma riconoscendo un’essenza migliore all’uomo, ha avuto come conseguenza maggiore il fatto di posare una base per lo sviluppo di una concezione antropocentrica del mondo e dell’universo.

Ma la superiorità intellettuale dell’uomo è una giustificazione alla sofferenza di qualsiasi tipo inflitta agli animali?

Rene Descartes (XVII secolo)

Per molti altri autori, questo gap tra l’uomo e l’animale non solo giustifica la dominazione umana sugli animali, ma pone anche il dubbio riguardo alla capacità degli animali di soffrire. “L’uomo è dominatore e possessore della natura’’ afferma Rene Descartes nel Discorso sul metodo del 1637. Sebbene la frase rimanga discutibile, allo stesso tempo non si spinge così in là da risultare inaccettabile. L’elemento che può maggiormente colpire all’interno del sistema cartesiano, nonostante sia in linea con il sistema stesso, è invece lo status attribuito agli animali. Essi non hanno anima, e sono rilegati al rango di automi (in francese, automates). Questa concezione ci autorizzerebbe effettivamente a servirci degli animali come vogliamo, sopratutto se ci basiamo sul dualismo cartesiano di spirito e materia. Gli animali non hanno anima, e le loro sensazioni sarebbero semplici fantasmi: non sarebbero vera sofferenza. Rimanendo sul dualismo cartesiano spirito-materia, non è possibile colmare questa differenza: l’anima umana è essenzialmente diversa. Elemento chiave che allontana non solo ogni responsabilità sulla sofferenza animale, ma ogni dubbio riguardante la possibilità che questa sofferenza sia reale.

Ora, è chiaro che continuando a porci delle domande sulla ragione animale e sul pensiero animale, non saremmo andati molto lontano dalla concezione cartesiana. Un cambiamento maggiore nel rapporto verso gli animali deriva infatti dallo spostamento del fulcro della questione: dalla ragione alla sensibilità. É Jeremy Bentham, filosofo  padre dell’utilitarismo, che nel XVIII secolo cambia la domanda da “possono pensare?’’ a “possono soffrire?’’. Se possono soffrire – fatto innegabile, nel caso degli animali – allora sono da considerare parte delle responsabilità umane. Cadendo così nel campo della sensibilità, allora, cominciamo ad avere dei problemi. Come giustificare la sofferenza animale da questo punto di vista? Il problema è, appunto, che non si può.

Allevamento intensivo di polli

L’uomo, come animale razionale, di fronte alla necessità di uccidere e mangiare gli altri animali, dovrebbe come minimo impegnarsi per limitarne la sofferenza. Cosa che, generalmente, non capita: gli allevamenti intensivi ne sono un esempio. E la sofferenza animale non è l’unico problema di questa forma di allevamento. Ci sono almeno altre due dimensioni: una è quella della qualità della carne e della salute dei consumatori. Come dimostra Jonathan Safran Foer nel suo libro Se niente importa (Eating animals), nella maggior parte degli allevamenti intesivi americani, per esempio di pollame, gli animali sono malati, sporchi e costretti a vivere in condizioni raccapriccianti. Le descrizioni di Foer fanno passare la voglia di pollo quanto i video-scandalo che ogni tanto passano sui nostri schermi. La carne è piena di antibiotici e medicinali, e gonfia dell’acqua sporca e piena di batteri in cui viene precotta. La seconda dimensione è quella della violenza. Chi lavora all’interno di questi stabilimenti deve per forza assuefarsi alla violenza che vede, percepirla in modo semi automatico. É esattamente questa dimensione della violenza che preoccupava Kant. L’assuefazione alla violenza sugli animali faciliterebbe comportamenti violenti nei confronti degli esseri umani. Bref, il nostro rapporto con gli animali è sintomo di quello che potrebbe essere il nostro rapporto con gli uomini. Quindi, non possiamo essere indifferenti alla loro sofferenza animale solo per ottenere un pezzo di carne, cadremmo nella mancanza di empatia di cui AssoVegan accusa Rai Uno. Allo stesso tempo, una dieta vegana o vegetariana non è una vera soluzione al problema. Come è argomentato e dimostrato nell’articolo di The Vision Perché non c’è nulla di etico nella vita di un vegano (che si può trovare qui), una dieta tale ci può far sentire a posto con la coscienza verso gli animali, ma ci sono tutta una serie di altri elementi che, come la morte di polli e bovini per i carnivori, non dovrebbero farci dormire la notte: disboscamento, sfruttamento delle risorse naturali, sfruttamento di manodopera in condizioni terribili e via dicendo.

Ristorante vegano

Insomma, non c’è apparente via d’uscita. Mangiare la carne non è etico, e nemmeno essere vegani lo è. Come spiega l’articolo di cui sopra, la soia è insanguinata più o meno quanto la carne di vitello che si compra dal macellaio: non cambia quale si scelga di mangiare. Non c’è più niente che importa. Ma proprio riguardo al fatto che più niente sembra essere importante, cito una conversazione di J. Foer con sua nonna, trascritta nell’introduzione di Eating animals: 

« “Il peggio arrivò verso la fine. Moltissime persone morirono proprio alla fine, e io non sapevo se avrei resistito un altro giorno. Un contadino, un russo, Dio lo benedica, vide in che stato ero, entrò in casa e ne uscì con un pezzo di carne per me”. “Ti salvò la vita”. “Non lo mangiai. Era maiale. Non ero disposta a mangiare maiale”. “Perché? […] Perché non era kosher?”. “Certo”. “Ma neppure per salvarti la vita?”. “Se niente importa, non c’è niente da salvare”. »

L’ultima frase è di una tale chiarezza che potrebbe riassumere la maggior parte delle discussioni riguardo il trattamento animale, diete vegane, cambiamenti climatici e via dicendo. Tirando delle conclusioni, quello che viene fuori da questa polemica non è certamente un modo giusto di affrontarla. Abbiamo chiaramente un problema: il mondo in cui circa metà del pianeta si nutre. Che poi qualcuno pensi di risolverlo smettendo di mangiare carne, o mangiando solo mele, o facendo attenzione al modo in cui viene uccisa la gallina con cui farà un arrosto, sono scelte personali. Quello che dovrebbe risaltare come problematico in questioni come questa, è l’indifferenza, come quella di chi scrolla le spalle e nemmeno si pone la domanda di come gli sia arrivato davanti ciò che sta per mangiare, dicendo che non importa. Prendiamo come esempio l’autore stesso. Foer si auto definisce non vegetariano, ma “carnivoro consapevole”. Uno stile di vita tanto naïf quanto difficile da applicare: mangiare solo carne e proteine animali di cui si conosce l’esatta provenienza e lavorazione. Ma non è tanto la soluzione di Foer che dovrebbe farci riflette quanto il suo porsi il problema. É rendersi conto che qualcosa importa, ancora.

Comments

comments