La realtà che muta continuamente fa paura. Il concetto estetico giapponese del “mono no aware” (物の哀れ) spiega come in realtà la bellezza sia insita in ciò che è destinato a morire.

Cantano sulle note di canzoni popolari che inneggiano ai fiori di ciliegio, i bambini, durante l’hanami. Corrono tra gli alberi in fiore, nei parchi affollati, sull’erba nascosta dai tradizionali teli blu per il picnic. Lanciano anche al cielo le loro lanterne di carta, piene di colori e di speranze, mentre l’intero paese festeggia quel momento dell’anno per cui il Giappone è famoso in tutto il mondo: quello della fioritura dei ciliegi.

Ed è proprio qui che nasce la tradizione dell’hanami, letteralmente “contemplazione dei fiori”. Quando il Giappone si colora di migliaia di sfumature di rosa, quando il profumo dei ciliegi pizzica il naso dei suoi abitanti, ecco che arriva il momento di festeggiare quel fenomeno tanto meraviglioso quanto fuggevole, che porta con sé il fascino della natura, lasciandone cogliere appieno anche l’inevitabile inafferrabilità. Durante l’hanami il giorno è un’occasione per danzare, per stare insieme e fare picnic nei parchi con la famiglia e gli amici, ma anche la serata non è da meno: al calare del buio l’hanami infatti lascia il posto alla yozakura, letteralmente “la notte del ciliegio” e iniziano i banchetti, i lanci delle chōchin (le famose lanterne) e altre celebrazioni destinate a durare fino a tarda notte.

Mono no aware la bellezza destinato a morire
Lancio delle chōchin

Osservare la bellezza dei sakura (i fiori di ciliegio) cogliendone al contempo l’effimerità apre le porte ad un concetto di grande rilievo all’interno della tradizione estetica giapponese: quello di “mono no aware” (物の哀れ).

Si tratta di un’idea complessa che indica allo stesso tempo una forte empatia verso ciò che esiste – quindi una grande partecipazione emotiva alla natura e ai suoi fenomeni – e un sentimento nostalgico nei confronti della sua caducità, dovuta al costante mutamento di tutto ciò che appartiene al reale.

Contemporaneamente, dunque, si riesce a cogliere un grande coinvolgimento interiore nei confronti di qualcosa, ma anche una forte malinconia – una sorta di inevitabile tristezza – dovuta alla consapevolezza del fatto che essa sia destinata a finire.

Banana Yoshimoto, nel suo libro La luce che c’è dentro le persone riesce ad esprimere in maniera semplice il modo in cui il mono no aware prende spazio nella vita di ogni giorno: “Avevo la sensazione che la luce del mondo, la trasparenza delle ali delle libellule, la bellezza dei dolci giapponesi nel variare delle stagioni, il rosa pallido dei ciliegi lungo il fiume, la gioia di quando si sta per mangiare qualcosa di buono, il batticuore prima di partire per un viaggio, tutte queste cose ci venissero strappate via.”

La bellezza è fugace, affascina ma rattrista nello scenario in cui in un momento esiste e in un altro non esisterà più. Tutto ciò che è bello – e tutto ciò che non lo è – svanirà prima o poi, nonostante tutto. La realtà è mutevole e il cambiamento colpisce ogni cosa portandola via con sé.

Tutto ciò che esiste un giorno non esisterà più, indipendentemente dal bene che possa aver fatto durante la sua esistenza, nonostante immaginare che non esista possa risultare frustrante. Tutto cambia e tutto passa.Mono no aware la bellezza destinato a morire

“Ciliegi in fiore sul far della sera. Anche quest’oggi è diventato ieri.” (Kobayashi Issa)

Questa caducità del reale sembra qualcosa di angosciante, in grado di svuotare l’essere umano, disarmato di fronte ad un’esistenza che non può sfuggire in alcun modo all’impermanenza della realtà. Perché festeggiare l’hanami? Perché festeggiare la fioritura dei ciliegi, ricordandosi così per l’ennesima volta che tutto corre costantemente incontro alla sua fine?

Perché proprio nella sua fine ogni cosa pone la propria bellezza. La transitorietà dà significato a ciò che esiste, lo ricopre di un significato più profondo, permette che qualcosa venga colto nella sua vera essenza con stupore e meraviglia.

Così un ciliegio non sarebbe tanto bello se non fiorisse solo pochi giorni all’anno.

L’impermanenza del reale dovrebbe essere una spinta in più per viverlo al meglio, senza cadere nel nichilismo dell’idea che tutto sia destinato a morire. Riuscire a percepire la fuggevolezza di ogni evento, di ogni tipo di bellezza deve diventare un punto di forza per vivere la vita più serenamente, senza lasciarsi sopraffare dalla disperazione nella non-accettazione del cambiamento.

Accettare la mutevolezza delle cose permette ad ogni essere umano di non struggersi nel tentativo di renderle eterne e di apprezzarle per quelle che sono, nell’intensità della loro effimerità, nella bellezza della loro temporaneità.

L’uomo tende a volere ciò che è eterno, ha bisogno dell’infinito, mentre ciò che muta, ciò che muore gli fa paura. Ma l’uomo non conosce l’illimitatezza, non conosce l’immortalità e ciò che davvero sa amare è ciò che è destinato a finire.

Come disse il poeta Rainer Maria Rilke noi viviamo per dire sempre addio”. E questi addii, nel bene e nel male, sono ciò che rendono la vita quella che è: meravigliosa in tutto il suo divenire, terrificante in tutto il suo svanire.

Martyn Acrux

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