Mindhunter, serie televisiva Netflix nata dalla mente del celebre regista David Fincher, in pochi giorni ha già raggiunto un incredibile successo in termini di pubblico e di critica. Sotto i riflettori, però, questa volta ci saranno principalmente i ‘cattivi’ e le loro storie. Il fine dell’opera è proprio quello di mostrare la nascita della psicologia criminale in epoca contemporanea e di illustrare la profonda rivoluzione che questa ha comportato nella visione della natura umana.

Holden Ford, protagonista della serie, durante un interrogatorio

Dal volto insanguinato di Dexter Morgan, alle intuizioni di Rustin Cohle, passando per le centinaia di indagini di Criminal minds: lo spettatore contemporaneo ha imparato, nel corso di questi ultimi anni, a riconoscere le complessità e le incongruenze della mente umana, affascinato dalle sue possibili devianze e dagli esiti inaspettati delle sue azioni. Non v’è alcun dubbio, infatti, sul destino prospero che le serie criminologiche hanno avuto in tempi recenti. Sono in molti, tuttavia, a chiedersi cosa ci spinga ad essere così incuriositi dalle dinamiche neuro-cognitive dei più efferati assassini seriali, e come mai ciò che sembra essere così distante da noi possa rivelarsi incredibilmente attraente e affascinante.

Pensare, però, che l’intensa e corposa quantità di studi sui cosiddetti ‘serial killer’ sia un fenomeno datato sarebbe un gesto ingenuo, oltre che storicamente errato. Il profiling e le scienze comportamentali, difatti, sono ambiti di ricerca estremamente recenti, nati dal proficuo incontro avvenuto tra le agenzie investigative e gli studi accademici di riferimento. Non ci sorprende, quindi, l’incredibile successo di una nuova serie tv dedicata alla nascita della psicologia criminale in America: Mindhunter.

Una scena del telefilm

La peculiarità della nuova prodigiosa creazione del regista David Fincher – famoso per i suoi intensi lungometraggi, quali ad esempio Gone Girl, Fight Club o Millennium – è proprio quella di mostrare i faticosi tentativi dei primi profiler di penetrare nelle menti dei criminali più efferati e tentare di comprenderne il funzionamento. Negli anni ’70, epoca in cui è ambientata la serie, non esisteva alcun modello che aiutasse gli investigatori nella ricerca degli assassini. Nessuno avrebbe mai potuto immaginare una possibile eziologia, una spiegazione che potesse in qualche modo aiutarci a capire i meccanismi interiori alla base di determinate azioni criminali. I killer, così come gli stupratori, apparivano come mere incarnazioni del male, predestinati alla malvagità, geneticamente determinati. Il pensiero di possibili influenze esterne sulla psiche degli ‘uomini cattivi’ era remoto, insensato, al di fuori del senso comune.

Prima che la psicologia assumesse un ruolo centrale all’interno delle indagini investigative, difatti, esisteva una distanza che potremmo definire ‘ontologica’ tra i criminali e gli uomini dalla fedina penale pulita. Tra i ‘buoni’ e i ‘cattivi’. Esistiamo noi ed esistono loro. Questa forma di manicheismo etico nasceva dal profondo spaesamento, oltre che dal pregiudizio, degli addetti ai lavori nei confronti di atti apparentemente immotivati, incomprensibili, quali gli stupri e gli omicidi di massa. In qualche misura, cercare di comprendere e di ‘mappare’ il comportamento di uomini così al di fuori degli schemi morali consueti appariva come un tentativo di ‘giustificazione’, di ‘umanizzazione perversa’ del male. Era, pertanto, visto con sospetto ogni sforzo di cercare una regolarità all’interno della complessità umana.

Ciò che sorprese studiosi, federali e persino il sentire comune fu proprio l’abbattimento delle barriere tra le persone comuni e i criminali, distruggendo l’idea che esista un gene che codifica per la malvagità e riportando tutti sullo stesso piano di analisi. Questo non implica, ovviamente, che si possano operare delle sovrapposizioni: nel momento in cui un uomo compie determinati gesti, significa che qualcosa ha compromesso fortemente le sue capacità sociali e relazionali.

Charles Manson, celebre assassino seriale

Ammettendo, quindi, che azioni così atroci possano essere commesse potenzialmente da qualsiasi uomo, si andava a scardinare profondamente alcune delle convinzioni più antiche sulla natura umana e sulle sue caratteristiche. Scrutare nella mente dei criminali significava prendere in considerazione nuovi possibili e angusti anfratti della nostra interiorità. Nessuno era immune, nessuno era salvo. Nessuno era aprioristicamente lontano dalle vicessitudini e dai meccanismi che avevano ingabbiato e modellato la vita e le opere dei cosiddetti ‘mostri’.

La vera grande intuizione fu farli uscire dall’oscurità nella quale erano stati riposti con terrore e disprezzo. Holden Ford, il giovane protagonista della serie, passa interminabili giornate ad ascoltare i criminali più feroci, dando voce al gorgo delle loro menti, scrutando nei loro abissi. Sulla base di questi casi empirici, proprio come nella psicologia classica, nasceranno i celebri ‘profili’, che aiuteranno ad anticipare le mosse di numerosi altri assassini seriali e a salvare la vita di migliaia di persone. La scelta di rischiare, addentrandosi nei meandri più oscuri della mente umana, non solo ha prodotto un miglioramento nella qualità della vita collettiva, ma ha permesso di accrescere le nostre conoscenze su noi stessi, dandoci gli strumenti per effettuare numerose diagnosi e per rimettere in discussione i parametri epistemologici alla base delle nostre concezioni etiche e morali.

 

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