Meloni VS Museo Egizio: la gaffe social spiegata da Goffman

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meloni museo egizio

È ancora bufera su Giorgia Meloni: a distanza di giorni dalla sua diatriba con Christian Greco, direttore del Museo Egizio di Torino, ripresa in un video diventato virale, al centro delle discussioni è entrato un ambiguo messaggio di Forza Italia, successivamente smentito. L’intera questione può essere esaminata dalla lente del sociologo Erving Goffman, esperto in “gaffe”

museo egizio torino

“Fortunato chi parla arabo”: è questo il titolo della campagna rivolta ai cittadini di lingua araba, che dal 6 dicembre 2017 al 31 marzo 2018 avranno la possibilità di entrare in due al museo Torinese pagando un biglietto solo. L’iniziativa è stata adottata con la specifica intenzione di favorire l’integrazione dei cittadini di lingua araba nella comunità: un benintenzionato gesto di accoglienza, già sperimentato nella prima edizione dell’anno scorso.

Tuttavia, questa volta qualcosa è cambiato. E questo qualcosa si chiama Giorgia Meloni. Mentre, probabilmente per ignoranza (da intendere come voce del verbo ignorare = essere all’oscuro, non certo come inettitudine), nel corso dell’edizione dell’anno scorso era infatti rimasta indifferente, nel Gennaio 2018 ha cominciato a turbarsi, come certificato da un post pubblicato sulla sua pagina Facebook, che definiva la promozione “delirante”. Ha rincarato la dose sottolineando come “l’Egizio di Torino prende sovvenzioni pubbliche, è finanziato coi soldi degli italiani”, chiedendo l’immantinente sparizione di quella “aberrazione”.

A distanza da un mese dalla protesta virtuale, è passata personalmente all’attacco. Nel corso del suo tour elettorale, ha pensato bene di far tappa al luogo incriminato. A quel punto è sceso in strada il direttore del museo Christian Greco, per incontrarla e spiegarle le ragioni dell’iniziativa: la diatriba è stata filmata e messa online. In poche ore, aveva fatto il giro del web:

Greco ha precisato che il Museo non riceve i finanziamenti pubblici, smentendo qualsiasi accusa, e ha ricordato che la collezione Torinese è la più grande dopo quella de Il Cairo. Siamo l’unico Paese a cui l’Egitto non ha fatto motivo di restituire i beni, e i visitatori della pinacoteca si sono quadruplicati negli ultimi anni. Ha ribadito che “il Museo è di tutti” e che l’intenzione è quella di “avvicinare delle persone che proprio in Egitto non hanno potuto apprezzare il loro patrimonio”.

Spiegazione non convincente, che non è servita a dissuadere la Meloni dall’indinniazione e dallo sconcerto. Il suo partito le ha dato manforte, diffondendo una nota precisante che “una volta al governo, Fratelli d’Italia realizzerà uno dei progetti qualificanti del proprio programma culturale, che prevede uno spoil system automatico al cambio del Ministro della Cultura per tutti i ruoli di nomina, in modo da garantire la trasparenza e il merito, non l’appartenenza ideologica”. Affermazione interpretata da molti come una minaccia diretta proprio a Christian Greco: è per questo che il partito si è trovato a dover smentire l’ipotesi che si era largamente diffusa, specificando che non c’era nessun intento di benservito all’egittologo protagonista della vicenda. Tuttavia, mass media e social non cessano di mormorare su quanto accaduto; e uno dei motivi principali è proprio la reazione della politica alle nozioni culturali sciorinate con disinvoltura dal direttore del Museo, che hanno dato l’impressione di una sorta di squilibrio, suscitando l’ironia del pubblico web (e non solo).

Quella di Giorgia Meloni davanti al Museo Egizio di Torino, infatti, è un tipico esempio di gaffe, un’esternazione o un’azione inopportuna, che avviene alla presenza di molti testimoni. Ad ampliare però la portata di questo incontro-scontro tra la leader di Fratelli d’Italia e il direttore dell’egizio Christian Greco è sicuramente la diffusione che il dialogo ha avuto su internet e sui social, che per definizione rappresentano un’enorme cassa di risonanza per contenuti e dichiarazioni. Specie se particolarmente imbarazzanti.

Di gaffe, anche se non le chiamava così, ne parlava il sociologo canadese Erving Goffman, uno dei massimi esponenti dell’interazionismo simbolico. Secondo questa scuola di pensiero, la vita nella società non è altro che un teatro, in cui gli individui recitano come attori interpretando i ruoli che si confanno alle diverse situazioni. InThe Presentation of Self in Everyday Life, la sua opera principale pubblicata nel 1959, Goffman approfondisce questa concezione mostrando come il Self, ovvero l’individuo, abbia due identità: una soggettiva (identità per sé) formata dalle caratteristiche con cui il Self si auto-percepisce, e una sociale (identità per gli altri) che configura l’individuo come membro di determinati gruppi. L’identità sociale, che Goffman chiama semplicemente ‘faccia’, non appartiene all’individuo in quanto tale ma gli viene attribuita consensualmente dai membri dei gruppi di cui fa parte. La faccia si caratterizza sia per ciò che si dice sia per il modo in cui lo si dice, attraverso i vari aspetti della comunicazione non verbale (il tono della voce, l’abbigliamento, la postura, i gesti): in altre parole, la faccia non è altro che il è il modo di atteggiarsi, di comportarsi, di mostrarsi agli altri. L’interazione con gli altri è quindi un gioco di faccia che consiste nel modulare i propri comportamenti in relazione alle diverse situazioni. Se non si riesce a farlo si rischia di perdere la faccia, ovvero di vedere compromessa la propria identità sociale a causa di comportamenti o affermazioni che la collettività non ritiene consoni. Le gaffe dunque sono un chiaro esempio di perdita della faccia.

Il pensiero sociologico di Goffman è facilmente applicabile anche alle interazioni che avvengono su internet e sui social network. Esattamente come nelle relazioni ‘faccia a faccia’, anche su internet quella che viene presentata è un’identità sociale, ma essa tende ad essere la migliore possibile: su un profilo social possiamo scegliere quali foto mostrare e quali contenuti creare o condividere, inoltreabbiamo più tempo per prepararci a rispondere agli altri. Tutte queste cose ci permettono di plasmare il nostro self sociale, la nostra faccia, in base a ciò che vogliamo che gli altri pensino di noi, e questo ci dà un vantaggio non indifferente nel rituale dell’interazione. Nonostante questo, anche sui social è molto facile perdere la faccia, e gli effetti di una gaffe possono essere persino più disastrosi di quanto accade nella realtà. Questo succede perché i contenuti dei social network persistono nel tempo, continuando ad incidere sulla percezione sociale dell’individuo. Sono inoltre facilmente ricercabili da altri e replicabilie, cosa forse più importante, hanno la capacità di raggiungere enormi quantità di persone. Nel caso della Meloni, ad assistere al dialogo da cui è indiscutibilmente uscita ‘sconfitta’ c’erano soltanto i partecipanti del comizio e alcuni giornalisti, ma è grazie ai social network che il video è diventato virale e ha contribuito ad una reazione dell’opinione pubblica nei confronti di questa mossa politica.

Le ripercussioni in termini di immagine che questa vicenda avrà su Giorgia Meloni non sono ancora precisamente prevedibili, ma questo polverone la terrà sicuramente impegnata ancora per qualche tempo, ed è un peccato. Perché avrebbe potuto sfruttare quel tempo in maniera più proficua. Per esempio, andando al Museo.

Ludovica Di Ridolfi & Giulia Cibrario

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