Loris Bertocco: il suicidio assistito come risposta alla sofferenza

Un altro caso di suicidio assistito ha riaperto la discussione in merito alla mancanza di una legge in Italia che regolamenti le pratiche di fine vita. In Veneto Loris Bertocco, attivista del Movimento Vita Indipendente per le persone con disabilità, ha scelto volontariamente di recarsi in Svizzera per porre fine alla propria esistenza. A partire da questo fatto nasce una riflessione sulla questione esposta da Gabriel Marcel in merito al legame tra il corpo e il suicidio: che differenza sussiste tra l’essere corpo e l’avere corpo? Il corpo è una proprietà sulla quale possiamo rivendicare ogni diritto? Il suicidio consente all'uomo di riacquisire quella dignità che sembra essere perduta con la malattia?

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“Il mio appello è che si approvi al più presto una buona legge sull’accompagnamento alla morte volontaria (ad esempio, come accade in Svizzera), perché fino all’ultimo la vita va rispettata e garantita nella sua dignità”. Con questa frase Loris Bertocco, 59 anni, conclude l’ultima lettera lasciata ai suoi cari prima di chiedere il suicidio assistito in Svizzera. Appena diciannovenne, egli è rimasto vittima di un’incidente stradale che gli causò una frattura delle vertebre e di conseguenza la paralisi dal busto in giù. Negli anni successivi inizia con impegno la riabilitazione che lo porta a riacquistare una funzionalità e un’abilità motoria parziale delle gambe. Tuttavia, nonostante i miglioramenti iniziali, le complicanze alla spina dorsale e la cecità lo hanno portato alla necessità di un’assistenza continua. La mancanza di un’adeguata assistenza sanitaria (fisica e psicologica), la complessa situazione familiare e il continuo peggioramento delle condizioni di salute lo hanno condotto a compiere una scelta drastica ma a suo avviso inevitabile: il suicidio assistito.

Nella sua lettera Loris descrive minuziosamente tutte le vicende vissute dal 30 marzo 1977, data dell’incidente, al giorno prima di morire. Due elementi sono fortemente presenti: il corpo e la dignità, quasi inscindibili tra loro. Partendo dal corpo, è proprio il filosofo Gabriel Marcel a ragionare su questo aspetto nella sua opera più celebre “Essere e avere”. In particolare egli conduce una riflessione singolare sul rapporto e sulle differenze che sussistono tra essere corpo e avere corpo. Infatti il comprendere cosa sia il mio corpo si pone in stretta relazione al corpo inteso come qualcosa che viene posseduto. Nel linguaggio comune l’avere ha assunto diverse sfaccettature, ma in ogni sua declinazione, inteso sia come avere-possesso sia come avere-implicazione, rappresenta il luogo originario dove l’io e l’altro diverso da me possono incontrarsi.

Tra tutte le cose, una in particolare coglie questa tensione tra l’interno e l’esterno: il corpo. Nel momento in cui vengono esercitati dei possessi sul mio corpo e vengono rivendicati in maniera forte, viene a mancare quel legame tra l’interiorità e l’esteriorità che costituisce l’essenza umana e quindi anche il corpo stesso. Infatti l’espressione “je suis mon corp”, impiegata da Marcel per enucleare il nocciolo del suo pensiero, riconosce la necessità di questo rapporto originario dell’umano che non può venir meno perché altrimenti verrebbe annientato l’uomo stesso.

L’espressione “je suis mon corp” non solo indica il rapporto tra interiorità ed esteriorità, ma racchiude in sé una critica strutturale a quelle posizioni che riconoscono il primato del corpo o il primato della coscienza ma non sanno individuare un’interazione profonda tra coscienza e corpo, o meglio ancora un’identità. Il paradosso a cui le due posizioni giungono è rappresentato dal caso dall’atteggiamento assunto nei confronti del suicidio. A proposito Marcel si domanda: “uccidersi non significa disporre del proprio corpo (o della propria vita) come di qualcosa che si ha, come di una cosa? Non significa ammettere implicitamente che apparteniamo a noi stessi?”. L’unico modo per possedere un corpo sarebbe il gesto del suicidio non fosse che il tentativo di possederlo risulta contraddittorio perché il corpo morto è impossedibile. Dietro questo gesto estremo si possono nascondere motivazioni diversissime come le difficoltà incontrate da Loris ma in ogni caso si pone alla base un rifiuto della condizione della fragilità umana che invece sin dal principio risulta intrinseca all’uomo.

In questa situazione il male, il dolore, le sofferenze sembrano essere identificate come un accidente che può essere rimosso grazie alla morte. Per questa ragione si è più volte tentato di fornire una spiegazione razionale del male alla quale sarebbe dovuta seguire una risposta che invece non si è mai trovata, neanche nella morte stessa. Dunque Marcel mostra l’errore logico sottostante al ragionamento compiuto da chiunque si dichiari fautore del suicidio assistito: così come l’uomo ha delle idee, l’uomo ha il proprio corpo ovvero è proprietario di quel corpo che risulta uno strumento a disposizione del libero arbitrio del paziente che può decidere come meglio impiegarlo e disfarsene nel momento che riterrà più opportuno. La contraddizione consiste nel dare al sé una dimensione assoluta dimenticandosi che ogni coscienza si ritrova in un corpo determinato. Non può essere operata una semplice astrazione a partire da un corpo che sembra diventare quasi impersonale per poter rivendicare il diritto di morire o di essere aiutato a morire.

Un’altra dimensione fondamentale è rappresentata dalla dignità la quale risulta strettamente legata alle condizioni di salute di Loris. Nel “Manifesto di bioetica laica” la dignità, secondo il filosofo italiano Flamigni, diventa imprescindibile dalla sfera privata dell’uomo e non può essere impartita da altri. Perciò quando la malattia priverà l’uomo della sua dignità, la morte sarà la sola a permettere un’uscita decorosa dalla vita terrena. Viene sottolineato quindi un legame forte tra la dignità del morire e la dignità dell’esistenza: esse sono così strettamente connesse che la seconda influenza grandemente la prima tanto che il modo in cui la vita è stata condotta determina anche la possibilità di morire secondo determinati canoni. Tuttavia secondo questo ragionamento anche un uomo sano che si trovi in condizioni disperate può ottenere un aiuto a suicidarsi, com’è successo recentemente quando un uomo profondamente depresso è partito da Como per praticare il suicidio assistito in Svizzera.

Nel caso di Loris Bertocco entrano in gioco anche altre due elementi: la solitudine e la mancanza di cure. L’uomo lasciato a se stesso perde la fiducia di potere condurre una vita che possa essere definita come autonoma e non come un peso per chiunque lo affianchi. Nella lunga lettera in cui spiega le ragioni della sua scelta afferma che “se, dopo la separazione da mia moglie, avessi avuto la possibilità di giovarmi di due persone qualificate e motivate, soprattutto in questi ultimi sei anni, la mia vita sarebbe stata un po’ più facile e dignitosa”. All’interno di una società che ha assunto tratti sempre più individualisti, gli alti costi delle prestazioni sanitarie hanno portato a vedere le categorie deboli, in particolare gli anziani e i disabili, come un “pesoper la società. Così si sono venute a formare quelle che il filosofo Lamb definisce come “immagini di una realtà distorta, come l’impiego di apparecchiature ad alta tecnologia su persone morenti, oppure l’immagine di ospedali occupati per anni da pazienti in stato vegetativo persistente senza speranza di recupero per poter ridurre le spese della sanità”.

In poche righe non è possibile risolvere una questione così delicata, tuttavia prenderei spunto da una considerazione che Marcel espone nella sua opera. La sofferenza racchiude in sé la possibilità di un bene che si può trarre da ciò che apparentemente si presenterebbe come un dramma risolvibile solo con la morte

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