Film dopo film, Wes Anderson sta affinando una tecnica iconica del tutto peculiare che lo colloca ormai, a pieno diritto, tra i massimi pionieri del cinema contemporaneo.
Locandina del film
Il buon vecchio Wes riesce ancora una volta a stupire con un film che è pura arte visiva e intrattenimento piacevole allo stesso tempo. Una regia incredibile accompagna l’intera durata del film con piani sequenza, numerosi split screen, profondità di campo e montaggio interno da autentico maestro, composizione dell’immagine mai banale e scelte stilistiche che variano dalla stop-motion più artigianale possibile alle tecniche d’animazione tradizionale giapponese.
Incontro tra il protagonista e i cani esiliati sull’isola spazzatura
La scelta della stop-motion non è che da stimare in un periodo dove sembra che per ogni cosa si debba usufruire della CGI ad ogni costo. Il tutto viene poi accompagnato da una fotografia sempre colorata, piena di luci e ombre a sottolineare la drammaticità del momento.  Scenografia dettagliatissima e curata in maniera maniacale dal genio “bambino” di Wes Anderson.
Non mancano le citazioni a grandi opere, basti pensare alla Grande onda di Kanagawa o al manifesto gigante di Kobayashi che richiama in maniera esplicita quello di Kane in Quarto Potere, con la stessa funzione semantica di contrapporre un uomo in realtà molto piccolo dentro ad un immagine enorme esteriore, volta a terrorizzare l’elettorato.
Wes Anderson con i modellini di alcuni personaggi
La storia è, come spesso capita nei film di Anderson, leggera, divertente e spensierata; non mancano però momenti di black humor molto leggero. Insomma, lo spettatore si trova davanti un’avventura che non ha target, in sala c’erano bambini,ragazzi e anziani, tutti positivamente colpiti dal film.
Da notare, poi, anche il sottotesto socio-politico che non intacca la spensieratezza dell’avventura, ma comunque garantisce allo spettatore spunti di riflessione sulla corruzione del potere, lo sfruttamento delle masse da controllare e situazioni politiche poco trasparenti in Oriente (basti pensare alla Cina col suo mono-partito) ed infine l’accanimento sui più deboli che non hanno mezzi per combattere ma una volontà ferrea di reagire, grazie alla coesione e alla democrazia (come le scelte del gruppo di Chief) che si oppone a queste situazioni di marciume politico.
Una delle scene clou del film
Come nei suoi precedenti lavori, Anderson pone al centro di una storia archetipica i suoi antieroi. Nessuno come il regista texano riesce a declinare la figura dell’antieroe immergendola in una dimensione prospettica, la quale risulta intrisa dal connubio tra uno schietto realismo e un caustico sfondo onirico. Infantili, geniali, stravolti.
Anderson ci rivela ancora una volta una visione personale di alcuni temi canonici della società post-moderna: la famiglia, i suoi conflitti e i suo traumi, l’ebbrezza del viaggio negli altrove dell’avventura, la vitalità dei sognatori, la determinazione irriducibile di eterni adolescenti che nulla e nessuno potrà fermare.
I simpaticissimi e iper-democratici amici del gruppo di Chief
Wes Anderson, con ogni nuovo lavoro, dimostra di possedere un suo tocco inconfondibile che adotta le forme della commedia per evocare i temi amari e un vivace tessuto figurativo per evocare un quotidiano iperrealista e al tempo stesso visionario.

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