Durante una manifestazione a Palermo, il Garante del MoVimento 5 Stelle, Beppe Grillo, si è lasciato andare a forti dichiarazioni sulla natura originaria della mafia e la sua successiva corruzione, riproponendo così uno stereotipo contro cui lo stesso Falcone si era scagliato in passato.

Palermo. Il profumo di elezioni imminenti pervade l’aria del capoluogo siciliano, mentre a farla risuonare è la voce teatrale di Beppe Grillo, Garante del MoVimento 5 Stelle, impegnato in uno dei propri scenici comizi. In quest’occasione, l’ex comico ha riesumato un motivo ricorrente dei suoi interventi riguardanti la realtà sicula, ossia la natura moralmente integra della mafia delle origini, poi corrotta dal mondo della finanza e degli affari.

La mafia non uccideva i bambini nell’acido… aveva, chiamiamola così, una sua morale

Affermazioni intense, e, soprattutto, cariche di significato politico. Guardandole con sguardo analitico, possiamo scorgere almeno tre livelli insiti in quella che, in un contesto diverso, potrebbe essere classificata come semplice riproposizione di uno stereotipo molto comune, soprattutto nelle fasce sociali più conservatrici, o comunque meno inclini al cambiamento, dell’Isola. Il dato più evidente è l’implicita apologia di  una mafia, per così dire, delle origini, rivestita di una patina di integrità morale, poi corrotta. Passiamo dunque al secondo livello di lettura, la stigmatizzazione del mondo della finanza – sostanzialmente indicato come vero colpevole delle atrocità commesse da Cosa Nostra – allargata, e questo è il terzo piano su cui è possibile rivolgere l’attenzione, fino a comprendere la classe politica e quella della magistratura.

Fin qui, nulla di anomalo: il classico attacco alla casta, in tutte le sue articolazioni, proprio della retorica penstellata. È lecito a questo punto mettere in discussione la veridicità delle affermazioni di Grillo, ponendole al vaglio dell’evidenza storica. Ora, come già accennato, non si tratta di una formulazione troppo eccentrica, bensì di una vulgata estremamente popolare, e in quanto tale già oggetto di analisi autorevoli. Proponiamo qui la lettura, lungimirante per il suo tempo e ancora oggi per il nostro, esposta da  Giovanni Falcone in Cose di Cosa Nostra.

È necessario distruggere il mito della presunta nuova mafia o, meglio, dobbiamo convincerci che c’è sempre una nuova mafia pronTA A SOPPIANTARE QUELLA VECCHIA. GIà ALLA FINE DEGLI ANNI CINQUANTA SI PARLAVA DI “MAFIOSI SENZA PRINCìPI” CHE AVEVANO TRASFORMATO LA VECCHIA, RISPETTABILE MAFIA CONTADINA IN UN’ORGANIZZAZIONE MALAVITOSA IMPLICATA FINO AL COLLO NELLA SPECULAZIONE EDILIZIA.

E ancora:

tutte le volte che cosa nostra si converte ad attività più redditizie e sale il livello di pericolo sociale da essa rappresentato, non si sa far altro che parlare di nuova mafia.

Infine:

Ma La vecchia e nobile mafia è soltanto una leggenda. ne sono prova gli episodi criminali più efferati e spettacolari del dopoguerra.

Le osservazioni di Falcone vengono poi, naturalmente, corroborate da una dettagliata ricostruzione storica, atta a evidenziare anche le forti negligenze dello Stato in alcuni momenti critici dello sviluppo di Cosa Nostra.

Questa preziosissima testimonianza, frutto dell’impegno in prima persona del Magistrato, svuota di validità fattuale le dichiarazioni, caricate di significato politico, del Garante. L’opera “teorica” di Falcone è una potente ricostruzione svolta tanto sul piano diacronico – la storia spesso ignorata di Cosa Nostra – sia su quello sincronico – la sua struttura presente – indispensabile per la lotta stessa alle istituzioni mafiose. Banalizzare questi temi e strumentalizzarli nell’ottica di una corsa politica significa sputare sul lascito di chi ha dedicato la vita alla loro elaborazione.

Mav.

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