Il tabù delle droghe: da Baudelaire a Gordon Ramsay

La liason tra arte e droga è uno dei topic più discussi della modernità ed infinite sono le opere letterarie scritte sotto l'effetto di sostanze psicoattive: da "Paradisi artificiali" di Charles Baudelaire a "Dottor Jekyll e Mister Hyde" di Robert Louis Stevenson. Tuttavia, l'abbattimento del tabù, registratosi nel corso di questi secoli, ha modificato la connotazione stessa di "droga" che è passata dall'essere strumento d'ispirazione di artisti e poeti ad espediente di rifiuto sociale, fino al diventare un vero e proprio alimento. E' il caso dei ristoranti dello chef Gordon Ramsay, ove più volte vengono chiesti "soufflé alla cocaina".

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“Orrenda è la sorte dell’uomo la cui immaginazione, paralizzata, non sia più in grado di funzionare senza il soccorso dell’hashish o dell’oppio”.

Charles Baudelaire, con quest’aforisma, è in grado di dipingere un contesto sociale nel quale il ricorrere a sostanze “stimolanti” era più che usuale tra artisti e poeti. Il più delle volte, grazie a queste ultime, sono nate le opere di maggior successo di alcuni scrittori, come quelle delle stesso Baudelaire ma, anche di alcuni suoi contemporanei, i cosiddetti “poeti maledetti” tra cui Verlaine, Rimbaud e Mallarmè. Dunque, sopratutto in ambito decadente, le droghe sono viste come un mezzo per potenziare le facoltà umane e per spalancare completamente gli orizzonti che ci mettono a contatto con l’assoluto.
Tuttavia, così come descritto dall’aforisma in apertura, quest’ultima da strumento umano per soddisfare il “gusto dell’infinito” si tramuta in un’irrimediabile condanna, tanto da non riuscire più ad elaborare componimenti senza ricorrervi.

Uno dei casi più bizzarri fu certamente quello di Robert Louis Stevenson, che secondo recenti ricerche avrebbe scritto il “Dottor Jekyll e Mr. Hyde” sotto l’effetto di derivati dell’ergot, un fungo delle segale e del frumento, allucinogeno e potenzialmente letale. L’ergotina, utilizzata nell’Ottocento come rimedio contro la tubercolosi, veniva somministrata per iniezione a Stevenson, il quale era appunto tubercolotico.
Secondo due studiosi dell’università di Glasgow, l’effetto su quest’ultimo fu quello di trasformarlo in una sorta di “doppio” del suo Mr.Hyde. Attraverso alcune preoccupanti lettere della moglie, risalenti all’estate del 1885, s’intuisce un preoccupante stato d’incoscienza nel quale l’autore cadde, tanto da rimanere immobile per settimane. Non a a caso pochi mesi dopo, in soli sei giorni, Stevenson completò la stesura del racconto sulla duplicità umana.

Durante il periodo dello ‘spleen decadente’ – termine che riconduce alla condizione di disagio esistenziale vissuta dall’intellettuale – il ricorso alle sostanze psicotrope era considerato proprio unicamente dell’ambito artistico-letterario. Il poeta decadente, infatti, era l’unico ad avvertire il contrasto tra l’uomo e la società del tempo e dunque il bisogno di evadervi. Questo avveniva attraverso uno stile di vita dedito alla sregolatezza, cosiddetto bohémien.

Tuttavia, nel corso del Novecento, il bisogno di palesare il proprio disagio in quanto individuo sociale, non è più correlato all’assunzione di droghe dal momento in cui, grazie a Freud, alcune di queste divengono veri e propri farmaci. La stessa psicoanalisi deve in parte la sua nascita alla cocaina – altro nome dell’alcaloide erythroxylina – purificata e controllata dalla casa farmaceutica Pfizer. Questo è certamente il primo passo verso la liberalizzazione: la nuova sostanza delle meraviglie, che ormai veniva venduta come cura di qualsiasi malore, diviene accessibile e alla portata della classe media. Infatti, volendo citare Dominic Streatfeild, autore di Cocaine: An Unauthorised Biography, “Se c’è una persona a cui imputare l’ascesa della cocaina a droga ricreativa, quella persona è Freud”.

L’esilarante e duratura euforia della cocaina, descritta da Freud in un paper intitolato Über Coca, introduce una nuova connotazione delle sostanze alteranti, la stessa che è giunta poi ai giorni nostri: quella meramente ludica. Il desiderio di amplificare i propri sensi, che per i poeti decadenti aveva lo scopo di raggiungere l’estasi creativa, diviene nel ventunesimo secolo una ricerca spasmodica del divertimento, resa possibile anche da una diffusione in larga scala.

Gordon Ramsay

Il divenire accessibile a tutti, ha fatto sì che le droghe permeassero all’interno di ogni ambito, perfino in quello dell’alimentazione. A denunciarlo, in un’intervista radiofonica, è lo chef scozzese pluristellato Gordon Ramsey, il quale ha esplicitamente sottolineato: “La cocaina è il piccolo e sporco segreto dell’industria della ristorazione” . Sulla base di alcuni trascorsi, tra cui la dipartita per overdose di un suo braccio destro, lo chef ha deciso di girare per il network ITV, il documentario ‘Gordon Ramsay on Cocaine’. Il fine ultimo è quello di raccontare il mondo dietro ai fornelli, dove spesso, per mantenere determinati ritmi e una reputazione alta, si ricorre a sostanze stupefacenti. Senza contare che, talvolta, sono gli stessi commensali a richiederle, così come Ramsay ha dichiarato a The Guardian: “Ero a una cena di beneficenza e quando è arrivato il momento del dolce due clienti sono venuti da me dicendomi che al tavolo erano tutti contenti che io fossi lì e chiedendomi se fosse possibile avere un soufflé mai visto prima, spolverato con zucchero a velo e cocaina”.

Che se ne faccia un utilizzo ricreativo o artistico, ciò che rimane irremovibilmente costante è la ricerca per l’uomo di un supporto, qualcosa che possa ripararlo dall’imperversare della vita e renderlo, anche se temporaneamente, invincibile davanti ad essa.

– AdrenAlina

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