Il fallimento delle Popolari Venete e il ruolo dello Stato nell’economia

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Le banche popolari venete sono in procinto di fallire. Con un decreto di emergenza, il Governo incarica Intesa di salvarne le attività, a patto che i crediti inesigibili siano coperti da denaro pubblico. Ancora una volta il contribuente è chiamato a coprire gli errori della classe dirigente. Tuttavia per evitare importanti distorsioni sul welfare nazionale, è necessario ripensare il ruolo dello Stato in economia: davvero non c’era alcuna alternativa al salvataggio pubblico?

Filiali della Popolare di Vicenza e di Veneto Banca, i due istituti finanziari veneti gravati dal fallimento

Ancora una volta il sistema bancario italiano è messo in ginocchio da una profonda crisi: oggi è il turno delle banche popolari venete. Lo scorso 23 giugno la BCE ha, infatti, notificato al Governo italiano lo stato fallimentare di Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza, le quali, dopo un periodo di profonda crisi durato due anni, si trovano nella condizione di non poter espletare le normali attività di credito e raccolta del risparmio. Lo Stato, dunque, è stato nuovamente chiamato a mettere in atto una procedura di emergenza capace di tutelare il più possibile clienti e risparmiatori.

La crisi delle popolari ha radici profonde e risiede nella peculiare situazione economica del Veneto, largamente basata sul debito: prima che la crisi economica colpisse il paese, un’enorme domanda di credito da parte delle imprese ha indotto i vertici delle banche a concedere troppi ‘prestiti facili‘, ovvero non coperti da adeguate garanzie. Oltre alla scarsa vigilanza da parte delle autorità nazionali, unita al comportamento non proprio trasparente delle rispettive dirigenze, accusate di aver ostacolato i controlli e violato le norme sul risparmio. La crisi economica, poi, ha semplicemente dato il colpo di grazia ad un sistema già internamente pericolante, ma il tracollo definitivo si ha nel 2015. Un primo salvataggio era stato tentato nel 2016, quando Fondo Atlante (fondo costituito dalle principali fondazioni bancarie e creato su iniziativa del Governo) era entrato nel capitale dei due istituti per prevenirne il fallimento: tentativo oggi rivelatosi inutile, in quanto le banche sono nuovamente in fallimento.

Attualmente, le due banche necessitano di capitale per coprire le perdite, principalmente dovute a prestiti in sofferenza. La situazione è drammatica soprattutto perché le popolari hanno il ruolo peculiare di sostiene le piccole-medie imprese e le aziende agricole venete, le quali costituiscono la spina dorsale dell’economia della regione, specialmente nell’entroterra. In un tale contesto, l’operazione di salvataggio da parte dello Stato sembrerebbe la scelta più giusta.

Manifestazione avvenuta a Treviso nel luglio del 2016, a sostegno dei risparmiatori e dei piccoli azionisti danneggiati dal crack delle popolari e sostenuta da diversi schieramenti politici (tra cui Pd e Lega Nord)

Due giorni dopo la notifica di fallimento, il Governo ha già in mano un decreto-legge d’emergenza per salvare le popolari. Il piano prevede una procedura di liquidazione dei due istituti, le cui attività saranno assorbite da Intesa-Sanpaolo (ISP). Tale operazione non sarà pero indolore. ISP si accollerà le banche in fallimento per il prezzo simbolico di un euro e dovrà assicurare la continuazione di tutte le attività commerciali legate agli istituti fallimentari. La parte di perdite, dovute ai crediti inesigibili, sarà scorporata dagli asset dati alla Sanpaolo e coperte da capitale pubblico e dai titolari delle cosiddette obbligazioni subordinate (ovvero ad alto rischio di fallimento). Infatti, il colosso di Torino ha accettato di recuperare le attività delle due popolari, purché l’acquisto garantisca la neutralità del capitale aziendale di ISP: in parole povere, gli azionisti non saranno chiamati a coprire l’acquisto coi propri soldi. Il peso sui conti pubblici è notevole: si parla di cifre che vanno dai 10 e i 12 miliardi di euro. Tale operazione ha ricevuto il nulla osta della Commissione Europea, ma è stata guardato con sospetto dalla gran parte della comunità nazionale ed internazionale.

Dietro sembra esserci molto di più. Infatti, questa ennesima operazione di salvataggio messa in atto dallo Stato a favore di un ente privato (banca o impresa che sia) riapre un dibattito storico nell’ambito economico: ovvero qual’è il ruolo che dovrebbe avere il settore pubblico in economia? Soprattutto, è giusto che ancora una volta siano i contribuenti italiani a farne le spese? Il problema fondamentale è che lo Stato si sta comportando ormai da troppo tempo come prestatore di ultima istanza, ovvero come un’entità pronta a coprire con il proprio capitale ogni perdita e sofferenza. Se da una parte questo ruolo è fondamentale ad evitare disastri (come il collasso della Regione Veneto), dall’altro costituisce una seria minaccia alla credibilità del governo. In un simile contesto nessun operatore privato sarebbe incentivato a tenere un comportamento adeguato e diligente nelle proprie operazioni, proprio perché, qualunque cosa accada, lo Stato sarà sempre pronto a salvare imprese e banche in difficoltà (situazione che in economia prende il nome di azzardo morale).

Logo di Intesa-Sanpaolo, principale attore nel risanamento delle attività delle popolari venete

Per evitare situazioni simili, il Governo deve cambiare radicalmente il suo modus operandi in economia e sviluppare approcci più innovativi (almeno nell’ambiente italiano) per il salvataggio degli istituti in sofferenza. Salvare l’economia veneta è giusto, questo è fuori discussione, ma il caso delle popolari poteva essere gestito in maniera diversa, applicando una strategia concreta e fattibile e che sappia tutelare non solo i correntisti delle popolari, ma anche i contribuenti. Una soluzione alternativa ce la offre Walter Galbiati, su la Repubblica. Galbiati afferma che il Governo avrebbe potuto fornire i miliardi necessari a coprire le perdite tramite la sottoscrizione di nuove azioni di ISP, emesse ad hoc per quest’eventualità: in tal modo gli azionisti preesistenti non sarebbero stati gravati da nuove spese. Una volta concluso il salvataggio, lo Stato avrebbe poi rivenduto le azioni, rientrando in possesso del capitale versato ed, eventualmente, guadagnando una plusvalenza sul nuovo prezzo delle azioni. Un sistema possibile, messo in atto dagli Stati Uniti già nel lontano 2008 e, più recentemente, un meccanismo simile è stato implementato anche in Spagna, quando Santander è stata chiamata a salvare Banco Popular, in procinto di fallire.

–  R. Daneel Olivaw

 

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