La politica è in crisi. Si tratta di una crisi generalizzata, riguarda l’elettorato, i partiti e il politico di professione. Si crea un vuoto, dovuto tra gli altri fattori alla deriva tecnocratica, che rende di fatto ingovernabile la Nazione. Vuoto che se non viene riempito sentenzia la fine dell’ordinaria prospettiva politica.

copertina del libro “governare il vuoto” di Peter Mair

Non è affatto facile comprendere a fondo il significato che la parola “politica” assume oggi. Nel suo libro “Governare il vuoto”, il politologo Peter Mair, sottolinea come la democrazia partecipativa poco alla volta stia venendo sostituita dalla democrazia deliberativa. Andiamo con ordine, prima di capire il motivo di questa tendenza dobbiamo comprendere le due differenti modalità attraverso le quali la democrazia agisce. Si definisce “partecipativa” quando l’elettorato ha potere di influenzare le decisioni di governo e può essere di due generi: diretta o associativa; “deliberativa” (dal termine inglese to deliberate=argomentare, discutere) quando per raggiungere una decisione il governo promuove un dibattito tramite argomentazioni. In cui alla fine o si vota o ci si accorda (tendenzialmente è espressione di governi tecnici che preferiscono non giungere alle votazioni, accordandosi). Nel contesto attuale l’agire politico, proposto dalla prima forma, sopra definita, viene soppiantato dalle rivendicazioni dell’economia, in particolare del mercato. Il motivo è spiegabile tramite l’intreccio di più fattori. Primo fra questi è la spoliticizzazione dell’elettorato, il mancato interesse verso il bene comune genera un indebolimento delle strutture democratiche in grado di supportare la versione “partecipativa”. Come si evince dal nome questa forma può persistere fino al momento in cui non manca l’interesse, la partecipazione (si spera che quest’ultima sia informata).

Un fattore collaterale è il de-potenziamento dei corpi posti tra lo Stato e il mercato: i Partiti. Quest’ultimi vivono una crisi di fatto, non sono in grado di riformulare meccanismi di appartenenza che possano reggere la dinamicità del capitalismo. Gli unici meccanismi proposti sono di tipo distruttivo e arrivano da destra. Essi si identificano con la discriminazione del diverso, con l’individuazione di un nemico comune, da combattere e verso cui rivolgere il proprio odio, indicato nell’immigrato o nel politico di professione. Sul primo abbiamo poco da dire, sono tendenze che esistono da sempre. Sul secondo forse è possibile una piccola digressione. Questo viene contestato perché identificato come corrotto, incoerente e facente parte di una realtà diversa da quella dell’elettore medio. Tutto ciò può essere vero in alcuni casi, ma si perde di vista il vero problema: il politico non è più in grado di fare politica. Forse anche per mancata capacità sua ma soprattutto a causa della riduzione della politica a mera amministrazione, frutto delle teorie neoliberali su cui si sono formate, tra le altre, la Repubblica democratica italiana e l’Unione Europea.

bandiere dell’Unione Europea

Con il termine neoliberalismo si indicano le teorie liberali di fine Ottocento, rivalutate tramite una prospettiva progressista e anti-conservatrice, le quali pongono particolare attenzione alle riforme sociali ed economiche: libero mercato (convinzione che il mercato si autoregoli verso il meglio), scissione dell’aspetto privato e pubblico per l’individuo e il non intervento statale in campo economico. Questa teoria sposta l’asse dall’agire politico all’agire economico, spoliticizzando il processo decisionale. Sembra contraddittorio, se lo stato non deve intervenire in ambito economico come può quest’ultimo porsi al posto dell’agire politico? Per rispondere a questa domanda dobbiamo fare un passo indietro. Torniamo al secondo conflitto mondiale, noteremo come tutta l’Europa vacillava in uno stato di distruzione (39.778.000 morti in Europa e 23 miliardi di dollari di danni). Per permettere alle Nazioni colpite di ripartire furono necessari due elementi: patti economi, i quali finanziavano prestiti per pagare l’indennità di guerra, e intervento dello stato in ambito economico. Qui nasce l’effettiva dipendenza dell’agire politico dall’economia.

Durante gli anni successivi, quando la ripresa era ormai avviata riaffiorano le teorie neoliberali, le quali ripropongono le prerogative delle dottrine liberali, mirando ad una libera circolazione delle merci su vasta scala. Giungiamo così al compromesso keynesiano: mediazione tra libero mercato e intervento dei pubblici poteri, questi ultimi impegnati in un’estesa regolamentazione della vita economica, oltre che nella definizione di incisive forme di redistribuzione della ricchezza. L’intervento dello stato era necessario, perché era l’unico ad avere capitale da poter investire nel dopo guerra, era quindi l’unico in grado di far ripartire l’economia. Pochi decenni dopo però le tendenze all’affermazione dell’assoluta libertà e dell’emancipazione dallo stato generano la crisi di questo compromesso, facendo riaffiorare, in modo se vogliamo più radicale, le richieste esposte nelle teorie neoliberali che questa volta trovarono un campo, ideologico e culturale fertile, per attecchire. Questo processo permette lo spostamento d’asse sopra citato, generando anche le premesse per una, sempre maggiore, deriva di governi tecnici. Questa deriva è inevitabile vista la natura delle decisioni che il governo deve valutare.

Riuscire a riempire quel vuoto significa reinserire la politica all’interno della prospettiva che le è propria. Necessitiamo di questa operazione, le correnti estremiste stanno proliferando in Europa non sono un buon presagio. Necessitiamo di una ridefinizione del politico, di una sua rivalutazione. La tecnocrazia di per sé può non essere un male ma dobbiamo essere coscienti di che cosa comporta. Dobbiamo tornare a credere in qualcosa, dobbiamo tornare a credere nella politica. Dobbiamo essere noi i primi a far sopravvivere la democrazia attraverso la nostra partecipazione.

Lazza

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