Vedo come se vedessi per la prima volta, come se fossi il primo uomo a scoprire la bellezza originale del mondo.
– Charles Duchassois

Non sono mai stato persona da citazioni. Ho sempre trovato la ricercatezza degli aforismi qualcosa di pomposo e pretenzioso. Eppure, dopo 14 ore di volo in economy, appena sbucato fuori dall’aeroporto di Kathmandù in mezzo a una bolgia infernale di tassisti e bambini alla “The Millionaire”, mi guardo indietro e penso che non possa esistere citazione più adatta a descrivere la sensazione di trovarsi lì.

In quello che doveva essere un viaggio per riscoprire le condizioni di una nazione dimenticata dopo il sisma del 2015- conclusosi con una rapida raccolta fondi e una pacca sulla spalla-, già dopo la prima mezz’ora su un taxi l’unico pensiero fisso che rimbomba in testa è uno: “come e perchè sono finito quaggiù?

Il viaggio verso il Mandala Hotel, alle spalle del Boudhanath- uno tra gli Stupa buddisti più maestosi al mondo-, non ha fortificato di certo il mio spirito. E il motivo principale stava sotto i nostri piedi. Il primo effetto del terremoto fu la devastazione delle poche strade asfaltate della città, ridotte a un minestrone di sassi e buche abissali. Curiosamente, malgrado la giungla di macchine, i polveroni di sabbia che annebbiano la vista e le strade sterrate, salta subito all’occhio l’atteggiamento arrischiato dei motociclisti. Per cause assicurative che non mi furono mai chiare, il casco era obbligatorio solo per l’autista, mentre i passeggeri si limitavano a indossare mascherine o bandane per evitare di respirare la sabbia sottile di Kathmandù.

Gomitoli e lampioni

Senza perdere tempo, passammo poi a girare a piedi per le strade, col fine di avvicinarci meglio a quelli che ci sembravano lampioni intrecciati con l’edera rampicante. E che, solo dopo aver aguzzato meglio la vista tra le nubi di smog polveroso, capimmo trattarsi dei pali collegati alle linee elettriche. Questo intruglio di liane plastificate era conseguenza diretta della difficoltà di trasporto della corrente- specialmente nei palazzi ancora terremotati- e dei pochi mezzi economici rimasti alla capitale, usati per la maggior parte per la ricostruzione degli edifici che non per riparare i tubi dell’acqua o le centrali elettriche.

Malgrado tutto, era a suo modo affascinante osservare i cavi dei trasformatori- posti singolarmente dentro gli edifici- uscire dai portoni o dalle finestre, per unirsi poi in un gomitolo improponibile di fili spessi, spesso soggetti a blackout nel tardo pomeriggio.

 

La storia massacrata

Proseguendo affascinati verso la zona di Patan, nella periferia della capitale, arrivammo nel quartiere di Itapukhu, dove le stradine turistiche si intrecciavano con templi maestosi. Sfortunatamente, però, alcuni di essi non furono graziati dal sisma.

Davanti a opere transennate- e colme di cartelli che evidenziavano come il Giappone, gentilissimo, avesse offerto aiuti alla popolazione- un po’ non si può non sentirsi il magone addosso. A non essere risparmiati dalla forza della natura, va citato per primo il Tempio in piazza Durbar, ora popolato unicamente da piccioni e da travi di bambù, usate in mancanza di vere impalcature di ferro o acciaio. Ciò che più testimoniava la forza di volontà degli abitanti, lasciati a loro stessi sotto ogni punto di vista, era senza dubbio la costruzione dei mattoni: davanti a moltissimi giardini o sparsi a cumuli lungo le strade, famiglie intere erano spesso impegnate a forgiare parallelepipedi di sabbia o d’argilla, per farli poi essiccare al sole e, a essicazione completata, fare la loro parte per rendere templi e strade di nuovo grandi come prima del 2015.

Ad accompagnare il lavoro di ricostruzione si univano spesso anche i mercanti. Mentre alcuni si limitavano ad incollarsi al primo turista occidentale di passaggio, fece un certo effetto vederne altri e altre che, sotto il sole polveroso, producevano senza sosta piccoli oggetti d’ogni sorta, da posacenere a boccali- palesemente roba da turisti-, a bicchieri, brocche, vasi per la comunità. Ciò che più mi rimase impresso fu l’infinita pazienza con la quale passavano ore e ore filate a fare meccanicamente gli stessi gesti. E tutto ciò con l’unico fine di rendere le loro case accoglienti come un tempo.

Macerie nella movida

Tornando alla civiltà- si fa per dire-, si scopre un poco di “occidentalità” nel centro più turistico di Kathmandù: il coloratissimo quartiere di Thamel. Arrivammo in zona che il sole stava calando, ma ciò non tolse certo di mezzo le luci e le ombre di una città che fa del suo meglio per migliorarsi. Eccezion fatta per alcuni autisti dei risciò- sempre pronti a offrirci dell’ashish-, la vita scorreva tra i sorrisi adulatori dei commercianti e le urla dei bambini- meravigliosamente contenti di vedere un turista, e del tutto privi di un lato criminale, a scapito di ciò che si dice spesso qui da noi-.

Anche qui, tra urla e festoni appesi lungo i cornicioni, non mancò la vista del degrado. Fu un dolore per gli occhi, infatti, vedere le macerie di un negozio ogni tanto. Dava l’impressione di essersi impegnati il più possibile individualmente a ricostruire la zona, cercando di buttare sotto un tappeto i resti dei locali per cui i fondi non erano stati sufficienti o nemmeno trovati.

Il primo giorno si concluse così, davanti a sguardi sorridenti sullo sfondo di insegne al neon e mattoni sbriciolati. Per quanto ci fosse ancora tanto da vedere, il jet lag non ce lo consentì. Tornammo a dormire in albergo- in quel momento vittima di un blackout di un quarto d’ora buono-, pensando al programma per il giorno successivo.

– Meowlow

 

 

 

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