Fenomenologia dello spirito di un millenial in crisi di quarto di vita

La «Quarter Life Crisis» (QLC) è un fenomeno ormai sempre più riconosciuto dalla psicologia e si tratta di uno stato di ansia che investe giovani uomini e giovani donne tra i 25 e i 30 anni durante il loro percorso di formazione e realizzazione. Hegel ci insegna però che è proprio attraverso il negativo che lo spirito progredisce nella storia; come confrontarsi dunque con la crisi?

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“E tu, cosa vuoi fare da grande?”

Tra tutti i grandi interrogativi che ci vengono posti nel corso della vita, questo è probabilmente uno dei primi che ognuno di noi porta impresso nella sua memoria. Sin da piccoli veniamo infatti in qualche modo abituati all’idea di confrontarci con il nostro futuro e così cresciamo con la tendenza a guardare sempre un po’ più in là di dove poggiano i nostri piedi attualmente e con la necessità di tracciare la strada da seguire per arrivare alla realizzazione delle nostre aspirazioni. La prima parte di questo processo è molto ingenua e in un certo senso aproblematica: diventare un astronauta, un calciatore, o qualsiasi altra cosa le nostre più primitive inclinazioni e passioni ci suggeriscono è qualcosa di puramente possibile, una vocazione istintiva non ancora mediata dalle difficoltà che la vita spesso frappone tra i nostri desideri e il loro raggiungimento.

Crescendo tuttavia l’ingenuità lascia il passo alla cruda realtà e quella che doveva essere una scalata verso il successo, si trasforma in un ripido percorso a ostacoli dall’esito incerto. Dubbi e ripensamenti si fanno sempre più presenti nella testa di chi non è più un bambino ma pur essendo diventato anagraficamente grande non è ancora sicuro di ciò che vuole fare o di come far fruttare gli anni passati a coltivare quell’idea che è stata causa e motore delle sue decisioni fin lì.

Se da una parte l’ansia e l’angoscia di fronte alla scelta è in qualche modo caratteristica fondante dell’essere umano, come Kierkegaard e Sartre tra gli altri ci insegnano, è innegabile che il contesto culturale e socioeconomico abbia un peso fondamentale, dato che è dalla struttura della società che dipendono le possibiltà di realizzarsi come individui in base ai propri desideri; nello spietato e ultracompetitivo mondo governato dal liberismo, anche il proprio ingresso nel mondo del lavoro è regolato da quel processo di domanda e offerta che sottomette alle logiche di mercato anche predisposizioni e passioni del singolo, il quale si ritroverà costretto a interrogarsi nuovamente riguardo la bontà delle decisioni fin lì prese.

La crisi apre sempre a delle domande su noi stessi

“E adesso che sono grande, cosa farò?”

Ribaltamento inevitabile della questione di partenza, anche questa domanda suonerà tristemente familiare a coloro che appartengono alla cosiddetta Millenial Generation e che in questo momento, più o meno prossimi ai 30 anni o poco oltre essi, annaspano per trovare il loro posto nel mondo. Ecco così che una fisiologica ansia nei confronti dell’incerto lascia spazio a un disagio più consistente definito come Quarter Life Crisis, la crisi del quarto di vita di giovani che stanno invecchiando troppo precocemente; secondo uno studio delle università di Greenwich e di Londra condotto nel 2013, il 90% dei giovani nati tra il 1981 e il 1995 è particolarmente soggetto a questo disturbo che nelle forme più gravi porta persino a stati depressivi; la buona notizia? La crisi dura in media solo due anni.

I venticinquenni di oggi, sono dunque i cinquantenni di ieri e se da una parte il web accentua il lato goliardico della cosa (basti vedere su facebook quante pagine affrontano l’argomento con una sana dose di autoironia), è impossibile non ammettere che ci troviamo di fronte a un problema di fronte al quale sdrammatizzare non basta. Come confrontarsi dunque con quella che una volta era l’età delle opportunità, mentre oggi sembra essere già diventata quella della crisi e della disillusione? La risposta è chiaramente soggettiva e dipende largamente dalla propria situazione personale: a volte cambiare direzione può essere una soluzione, mentre in altre circostanze quello che serve per uscire dalla crisi è semplicemente una buona dose di testardaggine e perserveranza. Tuttavia i millenials potrebbero trovare una valida ispirazione per affrontare un tale momento di difficoltà nella filosofia dell’odiatissimo Georg Wilhelm Friedrich Hegel; pensatore dallo stile ingarbugliato e spesso incomprensibile, nemico giurato di qualsiasi studente liceale giunto al quinto anno scolastico, nella sua fenomenologia dello spirito Hegel ci consegna in realtà una significativa riflessione su come il negativo sia il motore delle nostre esistenze.

La fenomenologia dello spirito è infatti in fin dei conti un romanzo di formazione avente per protagonista lo spirito dell’uomo, partendo dal suo primo rapporto di conoscenza col mondo fino ad arrivare alla conoscenza assoluta, di quell’infinito che si raggiunge solo passando attraverso una serie di tappe finite (secondo Hegel corrispondenti a particolari momenti della storia del pensiero). Ma la realizzazione dello spirito non è semplicemente una conoscenza razionale degli oggetti che compongono il mondo, nè tantomeno un’intuizione improvvisa basata su un qualche principio non razionale (come ad esempio l’arte per Schelling); lo spirito si realizza nell’incontro con ciò che è altro da sè e che gli si pone come negativo, in un certo senso come ostacolo da superare per poter continuare a essere se stesso.

Georg Wilhelm Friedrich Hegel

Per Hegel l’incontro con l’altro non è mai qualcosa di pacifico, ma è sempre un riconoscimento violento; secondo il pensatore tedesco infatti noi ci riconosciamo come autocoscienze nella spinta che abbiamo ad affermarci sulle altre autocoscienze, creando di fatto una dialettica dove si crea un rapporto gerarchico tra il padrone e il servo a lui assoggettato. La fenomenologia insegna tuttavia che ad un riconoscimento violento non corrisponde l’eliminazione dell’altro, ma un arricchimento del soggetto; la famosa struttura triadica della dialettica di Hegel non è infatti da leggere come un semplice superamento, ma come un perpetuo arricchimento del soggetto di fronte a ciò che man mano si va ponendo come negativo. Come il protagonista di un romanzo di formazione cresce superando varie esperienze difficili e facendo tesoro degli insegamenti ricavati da queste, lo spirito attraverso ogni triade dialettica (Tesi, antitesi, sintesi) conserva qualcosa di ciò a cui si oppone, tornando in sè arricchito e più vicino all’infinito di quanto non fosse prima. Per descrivere questo processo Hegel utilizza un termine tedesco, Aufhebung, traducibile approssimativamente come «Togliere e conservare» che descrive perfettamente come il negativo costringa il soggetto a perdere qualcosa in suo possesso in un momento iniziale, e a conservare qualcosa dell’esperienza dell’incontro con esso; la sintesi (terzo momento dialettico) sarebbe dunque nient’altro che lo stesso soggetto presente nella tesi (primo momento dialettico) ma mutato dall’esperienza del negativo, l’antitesi  (secondo momento dialettico) che tuttavia fa ormai parte di lui.

Una delle figure più belle in questo senso è quella del passaggio dalla coscienza infelice alla ragione osservativa, dove l’uomo, arresosi all’impossibilità di conoscere il Dio trascendente del cristianesimo, riscopre il valore della propria ragione solo dopo essere passato da una crisi che lo spinge al punto per lui più basso e umiliante, ovvero quello della mortificazione di se stesso tramite le pratiche ascetiche. Il brillante uomo rinascimentale non è dunque per Hegel colui che ha dimenticato l’infelicità provocata dal rapporto con un Dio infintamente distante, ma l’uomo che ha fatto tesoro di quell’esperienza, riscoprendo il valore della ragione e la sua applicazione nella ricerca di un Dio che ha nella natura la sua dimora.

Perdere se stessi a causa di qualcosa di ignoto, imprevisto e non immagniato, è dunque un qualcosa da potere intendere come una possibilità piuttosto che come una disgrazia, purchè accettiamo che questo processo ci metterà di fronte un’immagine di noi diversa da quella precedente, più ricca ma non per questo snaturata. La crisi del quarto di vita appare infatti principalmente legata alla presa di coscienza che ciò che abbiamo sempre visto come obiettivo della nostra formazione personale potrebbe non essere raggiunto nel modo previsto, mandando in fumo i nostri piani costruiti lungo tutta una vita. Non realizzarsi per come si immaginava, significa allora in qualche modo dover fare i conti con l’idea di essere altro rispetto a ciò che ci si aspettava di essere.

Crisi o opportunità?

Ma come lo spirito di Hegel, noi non siamo soggetti che arrivano ai loro traguardi uguali a se stessi, ma piuttosto ci formiamo attraverso ciò che non è già in noi ma fuori di noi; come nella fenomenologia dello spirito è il negativo a muovere lo spirito nella storia, così nella nostra vicenda personale abbiamo l’opportunità di trasformare la crisi in un momento di crescita passante dalla conoscenza di ciò che ancora non siamo e che magari non pensavamo di poter essere. Bisogna allora sfruttare la crisi come un’occasione per togliere qualcosa che ci impedisce di andare avanti e conservare qualcosa che la crisi stessa ci insegna riguardo ciò che siamo, trasformando una deviazione sul nostro percorso nell’inizio di una nuova strada, così come ogni sintesi si fa successivamente tesi di una nuova triade, consci che in un rapporto dialettico con la realtà così impostato, non abbandoneremo mai tuttavia la nostra natura più intima; quella sì, sarebbe una inaccettabile sconfitta. Ecco che l’ottimistica filosofia hegeliana, da insormontabile ostacolo scolastico, potrebbe trasformarsi in uno spunto per guardare con positività al futuro e rivalutare il ruolo delle difficoltà nella propria vita.

  -Søren-

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