Davanti alla scoperta di un possibile legame tra l’incapacità di abbandonare un credo religioso e l’insorgere di stati depressivi, diventa sempre più impellente il riconoscimento socialmente condiviso delle conseguenze del fenomeno religioso sulla psiche umana.

Il dubbio e l’incertezza, in ambito religioso, sono spesso oggetto di un sistematico e profondo caricamento ideologico: interpretati a volte come mezzo concesso (o imposto) da Dio per saggiare la saldezza del fedele, oppure stigmatizzati come segni di una sotterranea azione maligna a discapito della rettitudine di chi ne è vittima, mai, sostanzialmente, sussunti al livello di un legittimo stato intellettuale dotato di propria dignità. Per la comunità, il fedele incerto è solo terreno di scontro tra impari forze antagoniste, in bilico tra la salvezza e la perdizione, e la skepsi altro non è che il vento che lo spinge verso il baratro. Questa dicotomia culturale, però, potrebbe costituire il vero pericolo per la psiche dei diretti interessati.

Falsa religiosità e depressione: i pericoli del dubbio
“Ritorno del figliol prodigo”, dipinto a olio su tela di Rembrandt. La parabola del figliol prodigo costituisce uno dei paradigmi del ritorno alla fede del peccatore perduto.

Secondo un recente studio apparso sul journal Society and Mental Health”, esisterebbe infatti una certa correlazione tra la salute psichica di un individuo e il suo stato di affiliazione a un credo. Secondo il suo autore, Matthew May – avvalsosi del campione di 1300 individui interessato dal Portrait of American Life Study (PALS) – quanti nutrono dubbi sulla propria religione ma non arrivano a distaccarsene sarebbero più frequentemente soggetti a forme depressive, a differenza di chi, invece, risulta relativamente saldo nella propria adesione alla confessione, o ha imboccato compiutamente la strada dell’agnosticismo o dell’ateismo.

Proponiamo qui di leggere questo fecondissimo dato secondo tre direttive, sperando che non si discostino troppo dalle acquisizioni delle studio. Direttive che corrispondono a tre funzioni assolte, a livello sociale e non, dal sistema religioso e dall’ideologia che lo sottende. Ed è forse anche lecito porre a questo punto l’accento su quest’ultimo elemento, e chiederci se, in un periodo caratterizzato come lo è il nostro dal ritorno rampante delle grandi ideologie, il campo di applicazione di quanto detto finora, come di quel che seguirà, non andrebbe forse esteso a molti altri fenomeni extra-religiosi.

La prima delle sopracitate funzioni è quella che presiede ai cosiddetti meccanismi schismogenetici. “La schismogenesi è un processo di differenziazione nelle norme del comportamento individuale risultante da interazione cumulativa tra individui”, così scrive Gregory Bateson nel suo Naven (1936), esponendo come, in una data società, le norme comportamentali contrapposte tendano a differenziarsi progressivamente in un processo dialettico. Questa definizione sottende due concetti chiave: ethos ed eidos, ossia il comportamento di un singolo e l’ideale normativo cui esso fa riferimento. Ogni società tende a produrre i propri modelli, ogni individuo a seguirli. Il sistema religioso risulta essere, com’è ovvio, estremamente performante da questo punto di vista, configurandosi spesso come stella polare dell’atteggiamento umano. Viene da sé che non si possa, a questo punto, sottovalutare l’impatto psicologico della perdita di riferimenti ethici (nel senso più esteso del termine, a indicare tutte quelle direttive comportamentali che veicolano l’agire quotidiano). Non si tratta qui di un semplice spaesamento, ma, dato che abbiamo preso le mosse dall’analisi della situazione di individui “dubbiosi”, di uno stato di vergogna crescente per la propria “devianza”, per lo scarto tra l’ethos del momento e l’eidos ancora ipostatizzato.

In seconda battuta, richiamiamo la nozione elaborata dal sociologo Émile Durkheim di suicidio egoistico. Lungi dal riferirsi a qualche complesso morale, la categoria di suicidio egoistico comprendere quei casi in cui il suicidio è dettato dalla mancata integrazione dell’individuo nel tessuto sociale, e dal conseguente isolamento. Ancora una volta possiamo individuare una certa aderenza con il funzionamento dei sistemi religiosi, che non di rado manifestano la tendenza a emarginare o, addirittura, demonizzare gli apostati; ancora una volta, ricondurre il nostro discorso al contesto dei credenti in bilico sembra massimizzarne la tragicità. Essi si configurano ora come individui incapaci di integrarsi in un sistema, o non volenterosi di farlo, ma devastati dal timore delle conseguenze di questo radicale distacco.

In ultima istanza, una considerazione più “filosofica”, a suo modo esistenziale. Se c’è una funzione del religiosum che pare dominare le altre, infatti, è propria la capacità di produrre senso, significato. I sistemi religiosi, come quelli lato sensu ideologici, conferiscono a chi vi aderisce un solido armamentario di certezze sulla realtà e ciò che dietro di essa si cela. Abbandonare una fede, specie se non lo si fa in favore di un’altra confessione, bensì verso l’ateismo, significa compiere un salto nel buio, lasciarsi alle spalle queste certezze e accettare di vivere senza di esse. Viviamo nell’epoca della perdita del riferimento, assediati dai cadaveri dei punti saldi che ci hanno in passato sostenuto. Delineato questo orizzonte desolato, non è troppo difficile immaginare il trauma comportato dalla prospettiva di un volontario abbandono degli ultimi, sofferti appigli rimasti.

Questo breve percorso non può che concludersi che con una richiesta, un appello. Forse, da oggi sarebbe più giusto e più umano cominciare a dare un serio peso all’impatto psicologico che le dinamiche della fede hanno su chi le vive. Negare, o tentare di vanificare il diritto all’apostasia, alla libertà dalla religione, stando a quanto detto fin’ora potrebbe forse essere considerato un atto di vera e propria violenza psicologica.

Mav.

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