Dai social network al cervello: cosa sono i Memi?

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Ogni giorno vediamo, ricordiamo e attuiamo un’enorme quantità di memi. Nell’immaginario collettivo i memi  sono le immagini virali e divertenti diffuse sui social network, costituite da una base soggetta a variazioni, ma in realtà non sono solo questo. Ogni nostro comportamento può essere ritenuto l’attuazione più o meno volontaria dei memi ed essi sottostanno a un processo evolutivo paragonabile a quello dei geni.

 

Ogni giorno, visitando i social network, vediamo centinaia di memi, alcuni divertenti, come quelli del ‘Superuovo’, altri meno. Spesso i migliori possono diventare virali ed essere visti e ricordati da molte persone. Quante volte, uscendo con i propri amici, è capitato che qualcuno di loro, ricordandosi di un meme particolarmente divertente, lo raccontasse anche a voi con la speranza di strapparvi una risata? Ora la domanda che sorge è questa: è il vostro amico che ha raccontato il meme o è il meme stesso che si è fatto raccontare?  Questo interrogativo ci porta a riflettere su cosa siano effettivamente i memi e a indagare i meccanismi che li rendono virali. Per ‘memi’ generalmente indichiamo solamente le immagini divertenti diffuse su Facebook, costituite da una base fissata e da un contenuto di testo variabile. Ma con questa parola si intende qualcosa di molto più complesso.

Col termine ‘meme ci si riferisce in generale a una qualsiasi entità dotata di un contenuto d’informazione, che può essere riconosciuta, ricordata e applicata attraverso un comportamento: in termini specifici un meme è ‘un’unità autopropagantesi’, ovvero un insieme di informazioni capaci di autoreplicarsi e diffondersi all’interno di una determinata popolazione. Ogni cultura umana è un insieme complesso, fluido, dinamico e processuale di idee, informazioni e comportamenti e i memi ne sono le unità semplici e costitutive.

La parola deriva dal greco ‘mímēma’, che significa ‘imitazione’ e la memetica è la scienza che studia i processi di evoluzione e diffusione dei ‘memi’. Questa disciplina nasce nel 1976 all’interno della riflessione biologico-evoluzionistica del biologo Richard Dawkins, che, nella sua opera ‘Il gene egoista‘, paragona e confronta l’evoluzione dei geni con l’evoluzione culturale dei memi, mostrandone somiglianze e differenze.

I geni e i memi, grazie a quel carico d’informazioni di cui dispongono, hanno la capacità di riprodursi in maniera autonoma. Ma come l’hanno ottenuta? Semplice: tramite l’evoluzione. Quindi, fuor di metafora, non è stato il vostro amico ad aver raccontato il meme, ma quest’ultimo conteneva le informazioni tali da renderlo la migliore cosa da dire in quella circostanza, permettendo così la propria diffusione.

Sia i geni che i memi, ovviamente, non sono esseri senzienti con intenzioni e fini. Tuttavia, sottostanno ai medesimi processi di adattamento, che fanno emergere e diffondere una variante. Per ‘variante migliore di un meme‘ si intende quella che riesce a influenzare il comportamento dei suoi portatori così da garantirsi una maggiore diffusione rispetto alle altre varianti. In poche parole, tra le tante si diffonde quella più efficace.

Dunque è la pressione evolutiva, esercitata dalle circostanze esterne, a determinare che solo la variante migliore si diffonda, poichè ogni meme è in competizione con molti altri presenti simultaneamente nella mente e il vostro ipotetico amico, se ha in mente 4 battute diverse da poter fare, sceglierà di raccontare, intenzionalmente o inconsciamente, quella ritenuta più opportuna in quella circostanza. I geni e i memi, insomma, sono ‘replicatori‘, cioè sono capaci di contribuire alla propria duplicazione, anche se avviene in maniera del tutto casuale, forti della relazione tra le informazioni contenute al loro interno e le circostanze che provengono dall’esterno. Ogni meme possiede un contenuto esplicito (l’insieme di informazioni che il vostro amico vi racconterà) e un contenuto implicito (cioè ciò che consente la diffusione del meme stesso). Così come i geni che regolano la formazione dell’occhio seguono implicitamente le leggi fisiche dell’ottica, i memi seguono le dinamiche umane e sociali. Ma in realtà, è complesso tracciare una netta linea di demarcazione tra la componente implicita e quella esplicita. Inoltre i memi, come abbiamo detto, non sono solo le battute divertenti, ma una qualsiasi idea umana, capace di determinare una gamma di comportamenti. Una dottrina religiosa o un’ideologia politica possono essere considerati dei memeplessi, ovvero insiemi complessi di idee e informazioni di settore, la cui evoluzione può consentire loro di durare anche per secoli all’interno di una società.

L’evoluzione è il frutto di un processo di variazione e selezione. In biologia la variazione è dovuta alle mutazioni casuali, provocate da errori di copiatura dei frammenti di DNA, o da circostanze esterne come le radiazioni. L’ambiente esercita una selezione delle varianti geniche presenti nella popolazione.

I memi assumono due forme: una ‘forma-ricordo‘ e una ‘forma-comportamento‘ e ciascuna deve essere tradotta nell’altra forma a ogni generazione successiva, ovvero ogni volta che un meme viene comunicato e acquisito. Questo passaggio rende la loro evoluzione più complessa di quella dei geni.

Un meme, in quel caso, deve sopravvivere a due meccanismi di selezione diversi a causa delle due differenti forme che lo caratterizzano. La ‘forma-ricordo’ deve far sì che il portatore la metta in atto, mentre la ‘forma-comportamento’ deve potere essere acquisita da un nuovo portatore. Inoltre, analogamente a quanto avviene con i geni, ciascun meme compete con altre versioni modificate di se stesso. Un meme, per potere essere longevo, deve adattarsi ai cambiamenti della società. Le variazioni dei memi possono essere casuali o meno, ma resta il fatto che siano inevitabili. Questo perché gli esseri umani non apprendono per semplice imitazione meccanica, ma devono interpretare ciò che stanno osservando e ciò che imparano. Il dato acquisito sarà attuato per forza di cose in un modo leggermente diverso: è il motivo per cui le culture non sono essenze astratte eterne e immutabili, ma sono processi dinamici in cui ogni individuo rielabora e utilizza in modo diverso ciò che acquisisce. Per esempio, se un giorno un vostro amico vi racconta una storia divertente, quando la racconterete voi apporterete inevitabilmente dei piccoli cambiamenti intenzionali, cercando di renderla più spassosa o casuali perché non ne ricorderete una parte. Attraverso un processo evolutivo, la storia potrà tramutarsi in una ‘barzelletta di successo’ o estinguersi a vantaggio di altre storie più divertenti. Lo stesso vale per le religioni, le ideologie politiche e le tradizioni culturali.

L’evoluzione biologica, insomma, non fu che la prefazione dell’evoluzione culturale: pur essendo più imprecisa, non meccanica e interpretabile, quest’ultima è molto più rapida della prima e porta con sé un’enorme quantità di informazioni.

GuidoCassi

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