In un articolo del “The Guardian” Rana Dasgupta presenta una riflessione sulla crisi dello Stato nazionale, mostrando come i nazionalismi sovranisti che emergono in forme analoghe in tutto il mondo siano una reazione a questa nascosta ma profonda crisi e mostrando la necessità di pensare ad un futuro diverso per gli Stati nazionali.

Recentemente “Internazionale” ha riportato e tradotto un articolo pubblicato dal “The Guardian” dello scrittore e saggista anglo-britannico Rana Dasgupta nel quale l’autore presenta una interessante riflessione sulla crisi dello Stato nazionale in tutto il mondo che anticipa la pubblicazione del saggio “After Nation” previsto per il 2019.

Secondo Dasgupta i sintomi della crisi politica si stanno palesando in tutto il mondo e le reazioni richiamano sentimenti nazionalisti e la volontà di ripristinare la sovranità nazionale, presentando ovunque caratteristiche simili. Il mondo occidentale ha conosciuto questa reazione con l’elezione di Donald Trump in America, mentre in Europa a seguito della Brexit stiamo assistendo ad una repentina crescita dei partiti populisti e di estrema destra. La Francia ha sfiorato la vittoria del Front National, la cui leader Marine Le Pen ha raggiunto il ballottaggio per le presidenziali perdendo contro Macron, in Germania si sta assistendo alla crescita dei partiti neo-fascisti e in Italia le scorse elezioni sono state trionfate dai partiti anti-establishment. Anche in Slovenia le recenti elezioni sono state un trionfo per i populisti anti-migranti mentre l’Ungheria ha conferito in Aprile il terzo mandato ad Orbàn.

L’analisi del fenomeno non si limita però solo al mondo occidentale ma può essere esteso su scala globale, nel mondo infatti la sfiducia verso i vecchi sistemi cresce e forme di governo sempre più autoritarie tendono ad affermarsi lottando contro la globalizzazione, rinnovando le identità nazionali e minando diritti civili e stato di diritto. Nel mondo ex coloniale stanno invece emergendo le conseguenze del colonialismo novecentesco: le nazioni si spezzano e le guerre civili sono all’ordine del giorno mentre prendono piede organizzazioni post-nazionali fondamentaliste come l’IS.

Niente è in grado di descrivere questa crisi come il numero di profughi presenti nel mondo oggi che si stima siano intorno ai 65 milioni, molti più rispetto al 1945 al termine della seconda guerra mondiale quando i profughi erano 45 milioni.

Grafico che mostra la crescita dei movimenti anti-sistema dal 2009 al 2014 in Europa e il loro peso nel panorama elettorale di ogni Stato (fonte: Il Sole 24 Ore)

Dasgupta sottolinea come ogni paese tenda ad attribuire alla propria cultura, storia e politica la colpa dell’ascesa di queste forze anti-establishment, questo è dovuto all’ideologia a partire dalla quale sono nati e si sono sviluppati gli Stati nazionali secondo cui ogni nazione ha un destino unico e indipendente. Innumerevoli volte infatti negli ultimi mesi abbiamo sentito addossare alla sinistra la colpa della deriva populista del nostro paese nelle ultime elezioni. Questa critica non sussiste per il semplice motivo che le forze nazionaliste e populiste, nonostante nascano a partire da contesti diversi e con problemi diversi, presentano ovunque le stesse caratteristiche.

Secondo Dasgupta questa deriva nazionalista è prodotta dalla crisi del modello di Stato nazionale che ad oggi risulta incompatibile con un mondo nel quale il progresso tecnologico (in parte causa della globalizzazione in atto), il problema climatico, i mercati sempre più estesi e l’istituzione del diritto internazionale sottopongono gli Stati ad un sistema di pressioni impossibile da controllare internamente erodendo la sovranità nazionale. Questi fattori erodendo la sovranità dello Stato hanno prodotto quella forma di nazionalismo che combatte le stesse battaglie ovunque cercando un ripiegamento dello Stato su se stesso che possa permettere un isolamento dai fattori sopra elencati.

Questo nazionalismo è però da considerare una reazione alla crisi, non una soluzione pragmatica che permetta di conservare lo Stato nazionale a discapito delle forze che agiscono su di esso dall’esterno. Esso infatti riconosce i motivi della crisi della sovranità dello Stato ma manca di analizzare gli stessi criticamente proponendo una soluzione basata su un isolamento che non cancellerebbe il sistema globale di forze che tenta di combattere. Fondamentalmente viene riconosciuto l’effetto (la crisi della sovranità nazionale) ma la causa viene identificata con la cosiddetta “casta” che più che un’associazione di potenti che governano il mondo pare essere un soggetto che rimane incognito, e proprio per questo può assumere volti sempre diversi.

Lo Stato nazionale ha ottenuto ottimi risultati dal punto di vista storico, questo perché è riuscito a incarnare una forma che permettesse di trovare un compromesso funzionale tra politica, economia e informazione organizzandole e controllandole su scala nazionale. Dopo decenni di globalizzazione questi aspetti non possono più essere controllati dai governi, lo dimostra l’incapacità degli Stati di controllare i flussi di denaro che come sostiene Dasgupta si stanno allontanando sempre di più dallo spazio nazionale per confluire in un’area “offshore” sempre più ampia. La perdita della gestione di questi flussi ha indebolito la loro autorità morale delle nazioni riguardo la questione economica, lo dimostra il fatto che l’evasione fiscale sta diventando una caratteristica sempre più accettata nel mondo degli scambi.

La globalizzazione è un processo incompiuto che necessita di essere completato regolamentando la finanza globale e istituendo meccanismi politici transnazionali che non risultino solo retorici. Adesso è la politica ad essere subordinata al sistema globale, il rinnovamento della struttura ormai incompatibile al sistema dello Stato nazionale permetterebbe di subordinare il sistema globale all’infrastruttura politica.

Grafico che mostra i consensi dei partiti populisti nel mondo dal 1900 al 2010 (fonte: Bridgewater)

Alla fine dell’Ottocento gli Stati nazionali avevano una serie di monopoli (leggi, difesa, tasse) e in cambio offrivano la garanzia di uno sviluppo materiale e spirituale ai cittadini. Con la decolonizzazione il modello dello Stato nazionale è stato esportato in tutto il mondo, nel primo dopoguerra lo Stato aveva il completo controllo dei flussi di denaro e poteva gestire e sfruttare la crescita economica per implementare lo sviluppo del paese. La rivoluzione finanziaria che ha accompagnato il processo di globalizzazione ha distrutto l’autorità statale a favore del capitale, così gli Stati si sono trovati costretti a tagliare le garanzie sociali per reimporsi come custodi del mercato. Inoltre le politiche di austerità imposte dopo la crisi del 2008 hanno ulteriormente azzoppato il welfare state socialdemocratico e l’opinione pubblica continua a scagliarsi contro i governi la cui storica promessa morale a fondamento dello Stato nazionale è diventata impossibile da rispettare.

Per gli stati sottosviluppati essere sottoposti a pressioni esterne è da sempre una realtà accettata, ma in Occidente il palesarsi di questo fenomeno sta destabilizzando i sistemi democratici. L’idea di nazione occidentale sta crollando e con essa l’autorità politica di chi dovrebbe rappresentarla la cui impotenza nei confronti dei processi in atto si sta palesando. Il ritorno del nazionalismo permette ai leader politici di legittimare la propria posizione ponendosi in contrasto con nemici interni (la classe politica che ha tentato invano di restare al passo col mondo globalizzato) e nemici esterni (i cosiddetti “poteri forti” che rappresentano allegoricamente le forze di cui abbiamo precedentemente parlato che sono in realtà completamente impersonali) e lo straniero. Mentre la retorica contro i nemici interni ed esterni serve per giustificare la crisi in atto trovandone una causa concreta, la retorica contro lo straniero permette di promuovere un’identità nazionale creando sentimenti di inclusione e risulta necessaria a qualsiasi discorso nazionalista. Proprio questa retorica permette di creare narrazioni demagogiche efficaci in grado di raccogliere il malcontento popolare e indirizzarlo verso determinate questioni o determinati capri espiatori.

Dasgupta sostiene che oltre al problema delle forze globali che si impongono sul potere nazionale esistono altre due condizioni che hanno determinato la crisi dello Stato nazionale. La prima è l’instabilità delle regioni e dei paesi più poveri che hanno mostrato forte instabilità politica una volta terminata la guerra fredda e terminate le influenze dirette dei due blocchi. Spesso questi paesi sono frammentati dal punto di vista nazionale per motivi etnici e/o religiosi e hanno sopportato o stanno sopportando lunghe guerre civili che hanno causato l’esodo di migliaia di migranti. L’instabilità politica di questi paesi complica la rete globale rendendo difficili le relazioni diplomatiche con questi paesi che spesso faticano a trovare una loro collocazione nel mondo o a concludere accordi commerciali e diplomatici con altri paesi, che in un mondo globalizzato stanno alla base della convivenza e della cooperazione tra stati.

Il secondo problema è invece la presenza di un ordine internazionale illegittimo che non ha mai aspirato a diventare una vera e propria “società delle nazioni”, esperimento fallito dello scorso Novecento che è arrivato a noi in forme innocue e per certi aspetti quasi simboliche.

Questi tre fattori secondo Dasgupta non possono essere controllati dalle politiche degli Stati nazionali e proprio per questo è necessario rivedere le fondamenta dei nostri sistemi politici.

L’autore propone poi alcune idee che posso aprire le porte a questo cambiamento che considera tanto radicale quanto necessario: la regolamentazione della finanza globale, la creazione di un sistema capace di tracciare i flussi internazionali di denaro per trasferirne un po’ nel settore pubblico e il rafforzamento del struttura legale sovranazionale che tuteli le nazioni minori e regolamenti i rapporti tra le nazioni maggiori sotto tutti i punti di vista. Ma il concetto su cui si sofferma maggiormente è quello di cittadinanza presentato come la prima forma d’ingiustizia al mondo proprio perché funziona come un modello di proprietà ereditaria determinando vantaggi accidentali che le nazioni hanno cercato di arginare coi servizi del welfare state ma che dal punto di vista globale rimangono un grande discrimine. La tecnologia potrebbe essere uno strumento potente per rinnovare il concetto di cittadinanza svincolandola dal territorio e distribuendo in modo più equo i suoi vantaggi.

La sfida dell’immaginazione politica a cui invita a partecipare Dasgupta è aperta, chissà se qualcuno la accetterà.

Edoardo Dal Borgo

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