La comunità egiziana residente a Torino è scesa in piazza per manifestare solidarietà alla famiglia di Ziad, un bambino di otto anni allontanato dai genitori e reso adottabile dal tribunale dei minori. La protesta però punta a far luce su un fenomeno più ampio di minori sottratti alle loro famiglie e alla loro religione per ragioni ‘culturali’. 

bimbo egiziano tolto famiglia causa legale culturale
Madri egiziane in piazza a Torino
Fonte: La Stampa

Pare che in queste ultime settimane non si riesca a fare altro che parlare di bambini, specialmente se inglesi. La triste vicenda del piccolo Alfie Evans, su cui non spenderemo altre parole perché riteniamo che ne siano già state dette troppe, si è giocata le prime pagine dei quotidiani con la nascita di Louis Arthur Charles, terzo figlio di William e Kate nonché ultimo arrivato in casa Windsor.
In Italia però c’è un altro bambino protagonista di una vicenda tanto delicata quanto controversa di cui però non si sta parlando affatto. Si chiama Ziad, ha otto anni e fa parte della folta comunità egiziana che da anni risiede a Torino. Forse però sarebbe più giusto dire che ne faceva parte, perché da tre anni Ziad vive in una comunità in attesa di essere adottato, dopo che i suoi genitori sono stati accusati di abbandono di minore per averlo perso di vista per circa un’ora quando aveva cinque anni. La madre lo aveva poi portato all’ospedale per verificare che stesse bene, ma una volta raccontato l’accaduto ai medici, i servizi sociali sono stati coinvolti nel caso. Il bambino è stato immediatamente allontanato dalla famiglia e i genitori sono stati accusati di incapacità genitoriale, cosa che ha portato a rendere ‘adottabile’ Ziad. Il ricorso che la famiglia ha presentato dovrebbe essere discusso nel prossimo mese di maggio.

Nel frattempo, lo scorso 26 aprile a Torino sono scese in piazza circa 150 persone, quasi tutte membri della comunità egiziana risiedente nel capoluogo piemontese, per esprimere solidarietà nei confronti della famiglia di Ziad. “Una manifestazione mai vista a Torino, e forse unica nel nostro Paese” ha commentato il quotidiano La Stampa. Ciò che rende così atipica questa manifestazione è però la vera ragione della protesta, che va oltre il singolo caso di Ziad: in piazza c’erano soprattutto donne, madri di famiglia, che hanno voluto richiamare l’attenzione sul ‘fenomeno’ degli allontanamenti dei bambini dalle famiglie arabe ‘per ragioni culturali’.

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La comunità egiziana manifesta solidarietà alla famiglia di Ziad
Fonte: Torino Oggi

Heneddy Hend risiede a Torino da 18 anni e lavora come assistente famigliare. E’ lei a denunciare che il numero di casi di bambini sottratti alle famiglie della comunità araba stanno aumentando nel silenzio dei media e delle istituzioni. Solo tra le egiziane, già una trentina di donne hanno perso i loro figli dopo che alcuni di essi avevano dichiarato di essere stati picchiati dai genitori. Heneddy ammette: “Nella nostra cultura se i bambini esagerano è concesso tirare le orecchie o al massimo qualche schiaffo, ma in molti casi questo è bastato a scatenare un disastro”. Di fianco a lei c’è Merveth, che si è vista portare via cinque figli dopo che la maggiore aveva riferito di essere stata picchiata dal padre: “Gli assistenti sociali sono andati a prenderli scuola per scuola e a casa, senza dire niente. Il più piccolo aveva otto mesi, allattavo ancora. I miei figli sono fratelli e sono in cinque comunità diverse. Io non posso vederne nessuno. È giusto? Nemmeno con gli animali si fa così. La bambina oggi ha 13 anni, pesa 82 chili, non parla quasi più, è in una comunità terapeutica: si sente in colpa per quanto è accaduto”.

Lo stesso caso di Ziad sembra aver subito un iter molto controverso. Pare infatti che l’interprete del processo che ha portato all’allontanamento dalla famiglia fosse di origini giordane e non egiziane, cosa che ha reso difficile ai genitori che non conoscevano bene la lingua presentare le loro ragioni. Il loro avvocato, Abd El Wahab, riferisce di altri aspetti poco chiari: “Nessuno degli zii di Ziad è stato preso in considerazione per l’affido, nonostante fossero tutti incensurati. Questo perché secondo il tribunale ‘non esiste una relazione con il bambino’. Di certo però ne esiste di più rispetto alla famiglia di sconosciuti a cui potrebbe essere affidato”. Ma più di tutto, El Wahab mette sul piatto un fattore che troppo spesso viene ignorato: i bambini vengono sempre affidati a famiglie europee, molto lontane dalla matrice culturale araba da cui provengono, indipendentemente dall’età che hanno all’allontanamento dalla famiglia biologica e dall’ambiente in cui hanno vissuto fino a quel momento.

L’obiezione dell’avvocato egiziano ha permesso a tutti i giornali di titolare “Egiziani in piazza a Torino: <<non date i nostri figli a coppie cristiane>>”, scatenando l’ira delle infiammate anime che popolano i social network. In merito a ciò, ci sono almeno due considerazioni che vale la pena di fare: innanzitutto, El Wahab si è limitato ad affermare che la comunità araba ritiene ingiusto che i propri figli vengano affidati a famiglie appartenenti ad ‘altre religioni’, senza menzionare esplicitamente il cristianesimo o altri culti.
In secondo luogo, ritenere indecente quest’obiezione sottolinea un atteggiamento quantomeno ipocrita. E’ impossibile non citare un caso di cui ci siamo occupati l’anno scorso: quello della bambina inglese affidata a ‘integralisti islamici che parlano solo arabo’, poi rivelatasi una mezza bufala con molti aspetti da chiarire. Partiti e giornali politicamente orientati a destra – con Matteo Salvini capofila sui social – non avevano esitato ad esprimere tutto il loro disgusto per l’inserimento di una bambina bianca, cattolica ed europea in una famiglia di religione diversa.

Il contrario invece non soltanto risulta più che lecito, ma anche automaticamente giusto. A questo proposito Amir Younes, Presidente della comunità egiziana a Torino, non esita a citare la legge 184 del 1983 in materia di Diritto del minore ad una famiglia, ed in particolare l’articolo 5: “Il diritto del minore a vivere, crescere ed essere educato nell’àmbito di una famiglia è assicurato senza distinzione di sesso, di etnia, di età, di lingua, di religione e nel rispetto della identità culturale del minore e comunque non in contrasto con i princìpi fondamentali dell’ordinamento

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Uno dei cartelli esposti durante la manifestazione in Piazza Vittorio

C’è un’altra cosa che rende a suo modo unica questa protesta, e si riassume in una frase che campeggia su uno dei cartelli esposti dai manifestanti: “Noi rispettiamo la legge e la costituzione”. Non si tratta quindi di un tentativo di ribellione o di rigetto delle istituzioni e delle leggi del Paese che molti di loro non faticano a chiamare ‘seconda casa’, quanto più ad una richiesta di maggiore trasparenza, comprensione, dialogo. Alcune donne commentano: “Noi veniamo qui e non conosciamo le regole, a volte non sappiamo se abbiamo sbagliato qualcosa, e questi sbagli possono costare cari. Dovremmo essere obbligati in qualche modo a imparare le vostre regole, anche prima di imparare la lingua”.

La critica più mainstream che viene fatta a chi arriva in Italia è “se non sai stare alle nostre regole te ne puoi tornare da dove sei venuto”. Forse però queste persone, nell’esprimere solidarietà ad una famiglia al centro di un caso molto delicato, ci stanno dicendo che nessuno, da una parte e dall’altra, sta facendo abbastanza per raggiungere un’integrazione che smetta di somigliare a tanti piccoli ghetti che tra loro si guardano unicamente con sospetto, e cominci piuttosto a fare i conti col fatto che la realtà socio-culturale del nostro Paese è cambiata e continuerà a cambiare.

Giulia Cibrario

 

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