“Because of my body”, il viaggio nell’immaginario sociale sulla disabilità

Francesco Cannavà, regista siculo, in collaborazione con 8 Road Film e Recplay, ha realizzato quello che sarà il primo documentario italiano che tratta il tema dell’assistenza sessuale alle persone disabili. Il progetto, ormai già una realtà in paesi come l'Olanda e la Germania, porta alla luce una dimensione prettamente corporale, spesso ingiustamente "rubata" a coloro affetti da gravi forme di invalidità

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Il celebre dipinto "Storpi", che per anni ha rappresentato la disabilità nell'immaginario collettivo

“Il pieno sviluppo della sessualità è essenziale a livello individuale, interpersonale e sociale”

Questo appena citato, oltre ad essere uno dei principali punti della dichiarazione dei diritti sessuali, è lo slogan che racchiude al meglio l’essenza del docufilm “Because my body“, a cura del regista Francesco Cannavà. Il progetto, realizzato in collaborazione con Lovegiver, associazione che si batte per il diritto al benessere psicofisico e sessuale delle persone affette da disabilità, ha l’intento di sfatare uno dei più grandi tabù del nostro Paese.

L’assistente sessuale (O.e.a.s), professione che trova la sua realizzazione già da anni in diverse capitali europee, non trova lo stesso riconoscimento in Italia. Lo sperimentare l’erotismo e, soprattutto, il concepirlo come ruolo proprio di un operatore sanitario, è stato dichiarato una sorta di “favoreggiamento alla prostituzione“.

Proprio per raccontare al meglio la figura di questo tipo di professionista, le riprese del documentario sono state avviate in concomitanza con l’inizio del primo corso di formazione per questi ultimi, a cui in passato il Superuovo dedicò un approfondimento.
La seconda parte del docufilm invece, verrà girata durante il mese di gennaio, quando gli aspiranti O.e.a.s, formati durante gli incontri, diventeranno veri e propri tirocinanti.

“Because of my body è un viaggio che attraversa le vite degli aspiranti assistenti sessuali e scava nelle ragioni profonde delle loro scelte – ha dichiarato Cannavà – C’è Mauro, un uomo di 51 anni, che ha lasciato la sua attività di imprenditore a causa di un grave lutto in famiglia. La sua mente non era più disposta a concentrarsi sui bilanci dell’azienda, ma aveva bisogno di relazionarsi con il fattore umano, con le persone. Per questo, ha sospeso la sua attività di imprenditore ed e’ diventato un operatore socio-sanitario (Oss). Lavorare come Oss gli ha permesso di scoprire da vicino e dall’interno il tema della sessualità nel mondo delle persone disabili”.

I protagonisti del film sono Max Ulivieri, fondatore di LoveGiver, e quattro delle diciassette persone che sono state formate da una equipe di professionisti, scelti dall’Istituto Italiano di Sessuologia Scientifica, per relazionarsi in modo corretto di fronte a un tetraplegico, a un autistico o a un malato di spina bifida. Tuttavia, a differenza delle persone affette da disabilità cognitive, coloro con handicap fisico-motori, hanno meno difficoltà ad esprimere la propria sfera affettiva.
“Mi ricordo una storia particolare di una Oss che mi ha scritto – spiega Ulivieri ai corsisti durante un incontro – Lei segue questo ragazzo di 28 anni che ha una tetraparesi spastica. Più di una volta, mentre lo aiutava a fare il bagno, questo ragazzo si e’ messo a piangere e una volta parlando le ha detto: ‘Io ho bisogno di essere toccato, masturbato, lo sento’. Lei mi ha scritto e mi ha chiesto cosa poteva fare perché si trovava in enorme difficoltà”.

Dichiarazioni del genere, unite all’inesistenza di una legge che legalizzi i sex work e l’assistenza sessuale alle persone disabili, evidenziano un’enorme barriera culturale: il non riuscire ad immaginare per gli invalidi una dimensione sessuale, necessaria quanto per i normodotati.

La disabilità, o qualsiasi altro tipo di deformità, diventa in qualche modo un elemento ulteriormente discriminante, che sottrae a coloro che ne sono afflitti, “il diritto alla sessualità“. Sembra infatti esserci una dicotomia tra elemento spirituale e corporale, che tende a favorire il supporto psicologico, sminuendo del tutto l’importanza di quello fisico.  Il benessere, per queste persone, può essere raggiungibile solo attraverso una dimensione astratta, come se per il loro corpo non fosse ipotizzabile il poter provare sensazioni.

A dimostrazione del totale ignorare i bisogni sessuali degli invalidi, vi è l’assenza di un qualunque tipo di bibliografia, attraverso la quale trovare risposte. Steve Silberman, autore di “NeuroTribes: the legacy of autism and the future of neurodiversity”, ad una lettrice autistica di Internazionale che lamentava questo problema, rispose così:  “Anche i miei amici autistici lamentano una carenza di risorse valide per le persone autistiche che vogliono informarsi sulle sfumature di sesso, relazioni e identità di genere. Come lei fa notare, molti dei libri rivolti alle persone nello spettro autistico sposano l’approccio per cui la via del successo, in quel campo, sia comportarsi il più possibile come una persona neurotipica, il che non fa che rendere la situazione più stressante. Di solito sono anche tediosamente eteronormativi e di gusti sessuali mortalmente canonici”. 

Emerge dunque, una profilo interessante sulla percezione della disabilità. Per quanto ormai siano passati secoli dalla spettacolarizzazione morbosa dei corpi non conformi, all’interno dei Freak Show, e anni dagli esperimenti scientifici effettuati su coloro che apparivano diversi, la figura dell’invalido sembra ancora esser relegata a questo tipo di comportamenti.

Infatti, la disabilità è considerabile una vera e propria questione politica, in quanto soggetta ai confini predefiniti dalla stessa società.
Nonostante l’articolo 8 della Convenzione sui diritti delle persone con disabilità sottolinei l’importanza dell’inclusione sociale e l’abbattimento di stereotipi, l’approccio dei paesi europei non sembra convergere verso questo principio. Nel 2014, in occasione della Giornata Mondiale di sensibilizzazione della sindrome di Down, venne diffuso uno corto (“Dear Future Mom”) nel quale venivano raccontate, da ragazzi con trisomia 21, le tante attività svolgibili malgrado la loro condizione. Tuttavia, lo spot in questione, giudicato “non rispondente all’interesse generale”, venne censurato.

Il problema, in definitiva, così come evidenzia Martha Nussbaum, filosofa contemporanea, è nel considerare il concetto di “capacità” correlato a quello di “bontà di uno stile di vita“,  commisurata cioè alle concrete condizioni del singolo soggetto.
In questo modo però, l’accesso al nucleo minimo dei diritti diviene meritocratico, non calibrato sugli individui specifici.
Compito della società dunque, sarebbe quello di non lasciare immutate le condizioni diseguali di partenza, ma intervenire concretamente al fine di creare equilibrio. Questo, per esempio, avverrebbe coinvolgendo le persone disabili, considerandole “mezzi” della società stessa.

Che si tratti di riconoscere loro il diritto alla sessualità o di concedergli di apparire in uno spot televisivo, ciò che forse è doveroso comprendere è la necessità di attribuire loro la dignità che spesso dimentichiamo appartenergli.

AdrenAlina

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