BADPAESE: Tra informazione, comprensione e giudizio

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Ci rendiamo conto di quello che leggiamo?
Siamo sicuri di aver compreso per bene un testo prima di giudicarlo? Perché non si riesce a distinguere tra indagare le cause di un fatto e giustificarlo?

 

Troppo spesso accade che un articolo, una notizia, un fatto di cronaca siano giudicati senza essere stati compresi;  è ottimo o è pessimo dopo una distratta lettura del titolo.
Nel mondo di internet la concentrazione dura pochi secondi: questo è quanto basta per giudicare un pezzo come degno di nota o meno, e poi per giudicare se si è d’accordo o meno.
Per questo i giornali online titolano spesso con toni eccessivamente forti, e per lo stesso motivo nasce il click baiting: devono riuscire a catturare l’attenzione in un paio di secondi.
Allo stesso modo anche il giudizio, positivo o negativo, arriva in una manciata di secondi, magari senza nemmeno leggere il contenuto dell’articolo.

E’ una tendenza pericolosa, oltre che insensata.
In questo modo non impariamo, non approfondiamo le questioni, anche quelle complicate; al contrario, la discussione diventa solo una serie di insulti in cui ognuno ripete la propria opinione screditando l’altro, senza nemmeno ascoltarlo veramente.
Alla fine di una discussione nessuno ha imparato nulla, nessuno ha provato a capire cosa intendesse l’altro, tutti pensano che la controparte sia un idiota. E addio civiltà.

Questo fenomeno è molto evidente nelle discussioni degli ultimi giorni in tema di immigrazione e criminalità, in particolare violenze sessuali, anche se si potrebbero fare mille altri esempi.

Ci sono i giornalisti con la g molto minuscola che spingono al ragionamento di pancia, alla vendetta brutale, alla condanna immediata, senza appello. E a prima lettura questo piace, ed infatti arrivano i click e i voti.
Ci sono poi quelli che provano a fare un’analisi più approfondita del fenomeno: se gli stranieri delinquono di più, qual è la causa? Da dove arriva il dato per cui 4 denunce di violenza sessuale su 10 sono a carico di stranieri?
Ci sono molte teorie criminologiche che danno una spiegazione al fenomeno (Sellin, Merton,  Cohen, Sutherland…), tutte molto interessanti.
Ma troppo lunghe! E’ molto più facile non pensare nemmeno alla causa, ma solo ad una risposta violenta e senza nessun ragionamento! Non serve impegnarsi a capire, basta un ‘tagliare le palle e poi a casa loro’ per risolvere il problema, giusto?
Si arriva alla situazione paradossale per cui chi prova a spiegare o indagare le cause di un fenomeno viene accusato di giustificarlo. Cerchi di spiegare quali ragioni spingono una persona a rubare, a non pagare le tasse o addirittura ad appoggiare la mafia o l’isis? Significa chiaramente che sei un povero buonista complice del terrorismo o della mafia! E si conclude con l’immancabile, demenziale ‘eh ma se succedesse a tuo figlio???’.


C’è davvero bisogno di spiegare che analizzare le cause di un fatto non significa giustificarlo? A quanto pare si, ed è sconcertante.
Se dico che il marito ha ucciso la moglie perché pazzo di gelosia, non sto giustificando l’omicidio.
Se dico che chi si trova in una situazione sociale ed economica di disagio è più facile che commetta furti e rapine, non sto giustificando questi reati.
Se dico che Tizio è affiliato alla mafia perché ritiene che sia meglio dello Stato non sto assolutamente giustificando la mafia!
Comprendere le cause di un fenomeno è il primo, imprescindibile passo per cercare di elaborare una soluzione che funzioni (no, le soluzioni di pancia per i problemi sociali non funzionano mai, non lo hanno mai fatto e mai lo faranno).

E’ molto frustrante e avvilente impegnarsi per studiare un fenomeno, le sue cause e scrivere un articolo per divulgare la propria opinione in merito e ricevere in cambio gli insulti (e a volte anche le minacce!) di chi ha letto solo il titolo o le prime due righe dell’articolo, addirittura con accuse di complicità con i delinquenti.

Ma se avete letto fino a qui, fortunatamente, non è il vostro caso.

NANBU

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