Introdotto il reato di tortura: soluzione o problema?

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Approvato alla Camera il reato di tortura, che colpisce sia i pubblici ufficiali sia i semplici cittadini. Una legge controversa, criticata sia da destra che da sinistra: accusata da una parte di “criminalizzare le forze dell’ordine”, dall’altra di essere inefficace. Previste pene più dure per i pubblici ufficiali. L’aspetto più controverso resta il fatto che il reato sia perseguibile solo in caso di ripetizione della violenza.

Risale al 1984 la Convenzione Onu contro la tortura; da tempo si riteneva che le leggi italiane fossero inadeguate a punire e prevenire atti di tortura. Uno dei casi più eclatanti e che più richiamarono l’attenzione alla necessità di questa norma fu sicuramente l’assalto della Polizia alla Diaz di Torino, durante il G8 del 2001, per cui l’Italia è stata condannata dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Questa lacuna normativa risultava essere piuttosto grave, soprattutto per una democrazia occidentale come l’Italia.

Dopo un iter parlamentare iniziato nel 2013, è stata approvata la legge che prevede la reclusione da 4 a 10 anni per chiunque provochi, con violenze o minacce gravi, acute sofferenze fisiche o un trauma psichico verificabile, a una persona privata della libertà personale, sotto custodia. Il reato punisce il trattamento inumano e degradante per la dignità della persona e prevede che le violenze siano reiterate, causando acute sofferenze e un danno verificabile. La pena sale da 5 a 12 anni se a commettere il reato è un pubblico ufficiale o un incaricato di pubblico servizio. Questa misura sarà davvero efficace?

Il senatore Luigi Manconi, padre della proposta originale, denuncia la snaturazione della proposta originale. L’aspetto più controverso della norma è  la necessità di “reiterazione“: la tortura per essere tale, deve prevedere necessariamente una ripetizione della violenza. Questo comporta che il singolo atto di violenza psico-fisica non sarebbe perseguibile come atto di tortura, anche se perpetuato, ad esempio, contro persone in stato di minorata difesa da parte di poliziotti in tenuta antisommossa. Il reato così sarebbe applicabile solo a pochi dei casi attuali di tortura.

Questa legge sembra dunque non riuscire efficientemente a punire un uso illegittimo della violenza da parte delle forze dell’ordine, le quali, in virtù dell’articolo 53 del codice penale possono esercitarla solo in determinate circostanze e non arbitrariamente.

Antonio Marchesi, presidente di Amnesty International Italia, dice che non è una buona legge, essendo carente sul profilo della prescrizione: troppe scappatoie renderebbero impunito il reato.

La critica mossa invece dai partiti di centro destra è che questo provvedimento “criminalizzi” le forze dell’ordine, impedendogli libertà d’azione. Di fatto le pene aumentano per i pubblici ufficiali che esercitano un abuso di potere; quanto è giusta questa aggravante? Siccome lo Stato è il garante del rispetto delle leggi, e un pubblico ufficiale è il rappresentante dell’autorità dello Stato, è giusto che sia sottoposto a una pena maggiore in quanto, non solo non rispetta la legge, ma viene meno al contratto sociale, vincolo tra lo stato e la cittadinanza.

-GuidoCassi

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