E’ lecito concepire l’animale come simile a noi e, pertanto, riconoscerlo come portatore di diritti oggettivi e inalienabili? Un breve excursus tra alcuni dei principali pensatori considerati negli ambienti animalisti può aiutare a capire quanto il problema della questione animale (qual è l’atteggiamento corretto che l’uomo deve assumere nei confronti degli “animali non uomini”?) sia complesso e tutt’altro che risolto.

 

Il dibattito pubblico degli ultimi anni sembra particolarmente interessato alla cosiddetta questione animale, ovvero quell’insieme di problemi etici e filosofici riguardanti gli animali e al corretto atteggiamento che l’uomo deve assumere nei loro confronti. Il filosofo contemporaneo Peter Singer, esponente dell’etica consequenzialista, è il pensatore a cui la maggior parte dei movimenti animalisti fa riferimento: attraverso Liberazione Animale (1975), opera che è stata definita coraggiosa, il filosofo statunitense ha documentato le orribili sofferenze a cui sono sottoposti gli animali a causa di pratiche come la vivisezione, o ai contesti invivibili tipici degli allevamenti intensivi. Il pensiero animalista promuove l’estensione della definizione di soggetto morale e giuridico dal mondo umano a quello animale, rifiutando categoricamente lo specismo, ovvero la discriminazione degli esseri viventi in base alla loro specie di appartenenza. Superare tale discriminazione significherebbe approdare all’egualitarismo specifico, nonché l’antitesi della tradizionale posizione di pensiero che il filosofo statunitense Nozick (1938-2002), con tono polemico, ha definito Utilitarismo per gli animali, kantismo per le persone. Guardare l’animale come mezzo e l’uomo come fine è tipico di una forma di pensiero che riconosce in quest’ultimo diritti oggettivi e inalienabili, non riconosciuti invece per l’ “animale non uomo”. Tale discriminazione si fonda sul riconoscimento di una preziosità incommensurabile che caratterizza solamente l’uomo e che nasce dalla possibilità che egli ha di esercitare una classe di attività che è qualitativamente diversa rispetto alle attività che sia uomini che “animali non uomini” possono compiere, ed è la classe che comprende le attività razionali, deliberative e volitive, tra cui gli atti di amore. Tuttavia, obietta Bentham (fondatore dell’utilitarismo), “Il problema non è possono ragionare?, né possono parlare?, ma possono soffrire?”. Sì, gli animali possono soffrire, e proprio per la loro capacità di soffrire devono essere trattati egualmente agli uomini, senza subire più la già citata discriminazione specista.

Peter Singer, 71 anni

Una corrente di pensiero diametralmente opposta a quella fondata da Jeremy Bentham, è l’etica delle virtù, che segue l’insegnamento di pensatori come Aristotele e Tommaso d’Aquino. Tale forma di pensiero obietta all’analisi utilitarista che la sofferenza e la ricerca di piacere che caratterizza l’animale sono diverse rispetto a quelle insite nell’uomo. L’uomo, come delinea il filosofo contemporaneo Samek Lodoviciappare proteso oltre la soddisfazione puntuale delle proprie preferenze (L’utilità del bene, Jeremy Bentham, l’utilitarismo e il consequenzialismo), a differenza dell’animale comune invece che, soddisfacendo i propri bisogni, non sperimenta la delusione dell’obiettivo conseguito. Al contempo, l’uomo è capace di un tipo di sofferenza qualitativamente diversa rispetto a quella dell’animale, che tocca il suo animo e la sua psiche molto in profondità, tipicamente indicata con il termine di dolore. Dunque, sembrerebbe che la fenomenologia del desiderio e della sofferenza degli utilitaristi sia carente nella misura in cui paragona e eguaglia tali esperienze a quelle vissute dagli “animali non uomini”.

Esiste un’ulteriore prospettiva che intende fondare la personalità morale e giuridica anche per gli animali. Tale pensiero fa riferimento soprattutto a Tom Regan, noto pensatore contemporaneo venuto a mancare all’inizio del 2017. Quest’ultimo, adottando un’impostazione di tipo giusnaturalistico, postula l’esistenza di diritti naturali oggettivi di cui sono portatori gli uomini come gli animali. Sono portatori di diritti tutti gli esseri che sono soggetti-di-una-vita, ovvero tutti quegli esseri in grado di percepire, ricordare, preferire, desiderare, concepire il proprio futuro (I diritti animali). Dunque, il solo fatto di essere portatori di un’anima, intesa come soffio vitale, indipendentemente dal fatto che questa sia, utlizzando termini aristotelici, anima vegetativa o sensitiva o razionale, giustifica il riconoscimento di diritti oggettivi e inalienabili.

Singer e Regan solitamente non convergono nel pensiero, appartenendo a due prospettive filosofiche differenti. Tuttavia, insistono entrambi sull’ingiustizia che lo sfruttamento dell’animale non umano porta con sè, motivo per cui rappresentano per i movimenti animalisti importanti punti di riferimento.

Esiste una terza prospettiva interessante, volta, come le prime due, al rispetto per l’animale, ma che non intende riconoscergli e fondare dei diritti inalienabili e oggettivi. Tale prospettiva è incarnata dalle etiche della responsabilità umana. Tali etiche rifiutano la posizione radicale di chi intende assimilare gli animali alle persone e, insistendo molto di più sulla responsabilità umana piuttosto che sui diritti degli animali, rappresentano quella “terza via” tra specismo tradizionale e egualitarismo interspecifico. Passmore, uno dei maggiori esponenti di tale pensiero, afferma infatti che una cosa è dire che è sbagliato trattare gli animali con crudeltà, un’altra che gli animali hanno dei diritti. In questa concezione, è importante de-umanizzare l’animale azichè umanizzarlo, processo messo in atto proprio dalle teorie egualitariste che pare intendano fondare il rispetto dell’animale in quanto simile a noi. Tuttavia sembra che rispettare qualcosa, o qualcuno, solo nella misura in cui questo è simile a noi è un approccio ben diverso dal rispetto. L’accettazione integrale dell’alterità animale rispetto a quella umana e il rifiuto di inventare nuove identità che l'”animale non uomo” può indossare, rischia insomma di rafforzare l’antropocentrismo che l’approccio dei movimenti animalisti intendono respingere.

Il problema del riconoscimento di diritti anche per gli animali è sicuramente una questione complessa e delicata, che interessa da sempre i pensatori ma che, negli ultimi anni, a causa anche della possibilità data dalla tecnologia di sfruttare maggiormente tali esseri viventi, è diventato argomento molto caldo del dibattito pubblico. Sicuramente, ci offre lo spunto per riflettere meglio su cosa siano effettivamente i diritti di cui parliamo, perchè l’uomo può esserne portatore e quale sia il motivo per cui sono stati individuati e riconosciuti come oggettivi e inalienabili.

 

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