Analfabetismo digitale: cause e rimedi di una patologia (troppo) diffusa

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Un italiano su 4, dice l’ultimo rapporto Eurostat, non è mai andato su internet. E tra chi naviga online, quasi la metà si limita a inviare mail o ad aggiornare i social network. Soltanto sette piccole e medie aziende su 100, poi, vendono online, con il risultato che, sulle competenze digitali l’Italia è penultima in Europa e quartultima su 33 Nazioni dell’area Oxe.

Provate a immaginare un mondo, il Nostro mondo, senza Internet. Rimanere nel periodo storico in cui siamo immersi, ma cancellare ogni residuo di rete virtuale, o qualsiasi tecnologia che da essa deriva, non sembra più possibile. Chi ha un’età inferiore ai quarant’anni, specialmente, utilizza applicazioni o siti web per qualsiasi cosa: ordinare cibo, acquistare vestiti, leggere quotidiani, ascoltare musica, coltivare le relazioni sociali. Internet ha invaso prepotentemente la nostra quotidianità, infilandosi nei settori più disparati. Citando l’esempio più ricorrente e banale che viene riportato quando si parla di questo argomento, basta prendere la metro per accorgersi di come quasi la totalità dei volti dei passeggeri è ora incollata allo schermo del proprio smartphone: in poche parole, se da un lato il web ha minimizzato i rapporti vis-à-vis, contribuendo apparentemente all’isolamento degli individui, ormai anche non usufruire del web conduce ad essere isolati. E se questo è vero, il Nostro Paese dovrebbe cominciare a preoccuparsi.

Gli ultimi dati Eurostat sull’analfabetismo digitale in Italia, infatti, sono drammatici: ben 17 milioni di cittadini non avrebbero mai messo piede online, vale a dire circa un quarto della popolazione; e tra i restanti, la maggioranza usufruisce del web unicamente per aggiornare i propri social network o inviare mail, utilizzando dunque una frazione minuscola delle potenzialità dello strumento. Queste cifre, che denunciano una sconcertante arretratezza, hanno condotto l’Italia ad occupare il fanalino di coda delle classifiche internazionali: il Paese sarebbe infatti penultimo in Europa e quartultimo su 33 Nazioni dell’area Oxe. E questo si riflette in dati negativi nel settore economico e lavorativo: a fronte di un tasso del 40% di giovani disoccupati, una percentuale analoga di aziende è alla ricerca di profili competenti dal punto di vista informatico. Secondo i dati raccolti nel 2016 da Unioncamere,  su 100 aziende che offrono un impiego comprensivo di conoscenze IT (informatiche e tecnologiche), 41 restano insoddisfatte. E il 25% dei progetti non riesce a partire, obbligando la crescita economica Nazionale ad una condizione di stallo e ristagno. Che speranze ha un Paese così di restare competitivo? E da cosa ha origine questa scoraggiante situazione?

Per analizzare il fenomeno, bisognerebbe cercare di spiegarsi quali sono le circostanze che influenzano negativamente il progresso tecnologico italiano. Alfonso Molina, docente di Strategie delle Tecnologie all’Università di Edimburgo e direttore scientifico della Fondazione Mondo Digitale, ha incentrato il fulcro del problema nella “mancanza di leadership” nel Paese, espressa a più livelli: leadership dei governi, che non hanno avviato politiche di sistema per l’analfabetismo digitale, evitando di fornire una visione strategica o una direzione di intervento; leadership dell’industria, che ha determinato una scarsità di investimenti sulle infrastrutture e sui servizi disponibili sulla rete; e infine leadership del sistema educativo, per cui l’educazione digitale non è una priorità come negli altri Paesi. All’opinione di Molina si aggiungono i dati rilevati nel 2013 dall’Eurostat, dai quali emerge che le principali ragioni per le quali gli italiani non sono motivati all’utilizzare Internet sono: la mancanza di competenze (motivo valido per il 38% degli intervistati), la mancanza di interesse o motivazione (propria del 27%), e infine i costi per l’accesso e l’equipaggiamento (dichiarato dal 21%). Più basse le percentuali relative ai fattori della privacy e della sicurezza.

Sbloccare questa immagine e risolvere il problema è possibile, ma richiede un intervento su diversi fronti: bisogna infatti iniziare a mettere in atto un’operazione che è in primo luogo culturale, e consiste nello sbarazzarsi di tutti i pregiudizi coltivati nei confronti del settore, retaggio di una formazione prevalentemente umanistica e “tradizionale”, che guarda al passato piuttosto che rivolgersi al futuro ed è restia a discostarsi dai terreni già battuti, continuando a relegare la visione e la progettazione dello sviluppo dei servizi sul web in un ambito prettamente tecnico-informatico. È inoltre necessario uno stravolgimento delle prospettive proprie degli operatori economici, che in virtù della salvaguardia dei loro anacronistici business oppongono una strenua resistenza alla popolarità di Internet: dagli imprenditori del campo televisivo, che vogliono preservare il primato dell’intrattenimento dalla potenziale concorrenza delle piattaforme web, agli intermediari di servizi informatici che lucrano sull’ignoranza media dei loro clienti, prestando dei servizi che potrebbero facilmente essere appresi da chiunque. Infine bisogna considerare il fatto che la classe politica, essendo essa stessa in primo luogo costituita prevalentemente da analfabeti digitali, inchioda bruscamente al cospetto di un cambiamento che è oggettivamente incapace di gestire e rischierebbe di sconvolgere gli equilibri attuali sui quali così precariamente è poggiata.

La strada per una rivoluzione digitale è dunque accidentata e piena di massi da scostare, ma, se imboccata, potrebbe apportare benefici enormi ai cittadini. Non solo, infatti, dal punto di vista lavorativo si spalancherebbero molteplici e insperate opportunità, ma imparare a padroneggiare (o quantomeno a conoscere) uno strumento prolifico come Internet avrebbe un impatto straordinario sulla cultura individuale e sulla qualità della vita, poiché renderebbe accessibile una miriade di contenuti e strumenti utili a tessere e coltivare relazioni sociali, offrendo democraticamente la possibilità di appesantire il proprio bagaglio culturale e acquisire nuove “skills” da mettere a frutto in diversi campi. Inoltre, conoscere e capire qualcosa dalla quale, volenti o nolenti, dipendiamo, ci rende un po’ meno passivi e un po’ più consapevoli, e ci permette di comprendere la realtà dalla quale siamo circondati. E la conoscenza è l’unica cosa che può consentire la crescita e il progresso. L’unico modo per non essere vittime ma padroni del nostro tempo.

Buddy

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