In occasione del settantesimo anniversario dalla fondazione di Israele, data ricordata dai palestinesi come “la catastrofe”, verrà inaugurata a Gerusalemme la sede dell’ambasciata americana in Israele trasferita da Tel Aviv. Il fatto ha portato ad una intensificazione delle proteste sulla striscia di Gaza e la repressione dell’esercito israeliano ha causato diverse morti e migliaia di feriti.

Ivanka Trump alla nuova sede dell’ambasciata di Gerusalemme (fonte: il Corriere)

Settant’anni fa, il 14 Maggio 1948 terminava il primo conflitto arabo-israeliano e David Ben Gurion, leader dell’Organizzazione Mondiale Sionista, proclamava la nascita dello Stato di Israele. Oggi questa data si presenta come un anniversario a due volti, Israele celebra i settant’anni dalla nascita dello Stato mentre i palestinesi ricordano con dolore la Nakba (catastrofe), l’esodo seguito alla guerra terminata nel 1948.

Proprio in occasione di questa duplice ricorrenza è stata inaugurata la nuova sede dell’ambasciata statunitense in Israele, trasferita da Tel Aviv a Gerusalemme a seguito di una decisione non sterile di conseguenze politiche del presidente Donald Trump. L’ambasciata statunitense si è stabilita nell’edificio che ospitava il congresso generale, a sud della parte ovest della città. La sede per ora rimane provvisoria ed ospiterà solo l’ambasciatore americano David Friedman e una cinquantina di funzionari, ma l’amministrazione Trump ha promesso entro il 2019 di trovare un edificio più capiente che permetta di trasferire tutti i dipendenti. Quella americana sarà di fatto la prima ambasciata occidentale presente nella città di Gerusalemme, il motivo di questa peculiarità è da ritrovare nella storia della città da sempre al centro del conflitto arabo-israeliano.

Gerusalemme è da sempre il punto d’incontro e città simbolo delle tre principali fedi monoteiste: Ebraismo, Cristianesimo e Islam e data l’importanza della città dal punto di vista religioso, Gerusalemme è da sempre molto contesa. Dal 1948 Gerusalemme viene rivendicata come capitale sia da Israele che dai palestinesi, ed è divisa in due parti da una linea arbitraria col fine di spartire la città tra israeliani (nella parte ovest) e palestinesi (nella parte est). A seguito della vittoria israeliana nella Guerra dei sei giorni del 1967 Israele ha occupato anche i territori della parte est di Gerusalemme e ad oggi i palestinesi che abitano queste zone hanno diritto di permanenza concesso dallo Stato israeliano ed hanno vita più facile rispetto ai palestinesi della Striscia di Gaza, ma sono comunque considerati cittadini di serie B.

La comunità internazionale ha sempre assunto atteggiamenti equidistanti tra le due parti e proprio per questo la scelta americana di trasferire l’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme viene considerata una legittimazione senza precedenti delle rivendicazioni di Israele. Questa decisione preoccupa l’Onu e la comunità internazionale perché potrebbe segnare la fine della soluzione a 2 stati perseguita diplomaticamente da anni, ma con scarsi successi.

A partire dal 30 Marzo ha avuto luogo sulla Striscia di Gaza la “Marcia del ritorno”, una protesta organizzata che tutti i venerdì ha visto muovere migliaia di palestinesi verso i confini con Israele. Spesso questa protesta ha assunto scopi violenti e la repressione dell’esercito israeliano ha causato diversi morti e migliaia di feriti. Le ragioni della protesta sono molteplici: l’embargo di Israele verso la Striscia di Gaza che dura da più di 10 anni e l’assenza di lavoro e di prospettive per i palestinesi che abitano la zona. Il malcontento diffuso ha reso facile coinvolgere migliaia di persone nella protesta il cui motivo principale è la volontà di restituire ai discendenti di coloro che sono stati espulsi da Israele nel 1948 le proprietà perse, ma che può essere intesa anche come risposta alla decisione americana di trasferire l’ambasciata a Gerusalemme.

La “Marcia del ritorno” dovrebbe concludersi proprio oggi, giorno della duplice ricorrenza e del trasferimento dell’ambasciata americana. Il rifiuto della decisione diplomatica americana da parte dei palestinesi ha portato nella giornata di oggi una intensificazione della protesta e alla conseguente risposta dell’esercito israeliano che ha causato più di 50 morti e oltre 2000 feriti, la Casa Bianca ha prontamente condannato le azioni palestinesi appoggiando la scelta israeliana di intervenire militarmente per reprimere la sommossa.

Scontro tra manifestanti palestinesi e esercito israeliano (MAHMUD HAMS/AFP/Getty Images)

La decisione di trasferire l’ambasciata, insieme alla recente scelta di abbandonare l’accordo sul nucleare con l’Iran, delinea sempre più chiaramente quelle che sono le intenzioni dell’amministrazione Trump in Medio Oriente. Certo è che Trump sia interessato a mutare gli equilibri geopolitici della regione per favorire una maggiore influenza degli storici alleati degli Usa: Israele e Arabia Saudita. Indebolire Iran e Palestina sul piano diplomatico sembra il primo passo per favorire gli alleati, resta da vedere fino a dove sarà disposto a spingersi Trump conseguire quello che le recenti azioni delineano come suo obiettivo. Ma sappiamo bene che parlare di obiettivi in relazione a Donald Trump risulta impossibile considerata l’imprevedibilità delle decisioni che il presidente è solito prendere, soprattutto per quanto riguarda la politica estera.

Edoardo Dal Borgo

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